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24/03/13

red dress


"L'hai fatto appendere, finalmente"
"Sì. Lo volevo al suo posto per quando verrà a trovarmi"
"Presto?"
"Credo di sì. Credo di piacerle"

Derek rimase sul ciglio dello studio.

"Ci sono poche persone a cui non piaci. Ed è perché le fai sentire a disagio - sorrise - ceni con me stasera?"

Declan sospirò e con un gesto volatile della mano accumulò al lato della visuale le varie olografie, in modo da poter guardare il marito direttamente.

"Volentieri, ma ne ho almeno per un'ora. Puoi prenotare, intanto"
"Pensavo di provare il nuovo ristorante nel distretto Sai-Gi"
"Benissimo, sì"
"Metterai il vestito rosso?"

Declan scosse il capo e rise piano.

"L'ho mandato a lavare, pensavo quello blu scuro"
"Quello nero di velluto?"
"Ti piace di più"
"E' più aderente. Esibire una moglie quasi trent'anni più giovane di me è una delle poche gioie della mia vita..." accentuò il tono fatalista e sospirò in modo teatrale.
"Derek, devo lavorare" lo rimproverò lei divertita, indicandogli eloquentemente la porta.
"Il vestito nero..."
"Fuori"

Declan girò la sedia su cui si trovava di centottanta gradi e alzò lo sguardo sull'holografia parziale che riproduceva interminabilmente una serie di visuali aeree notturne di Koroleva e di Horyzon. Quella sera, indossò uno splendido abito color perla. 

vedute aeree di Koroleva e Horyzon. Regalo di matrimonio di Anya Krushenko e Scott Chaplim

06/02/13

music is math

[ Al suo ritorno presso la sede di Capital City, Declan ha acquistato grazie alla Shouye un'opera d'arte di una promettente emergente di Corona di discendenza korolevita. Si tratta di un'installazione su quadro semi-olografico, in movimento, con modalità sonora o muta a scelta. Si trova nel suo ufficio, ai piani alti della Blue Sun ]



01/11/12

Semicrome



La prima cosa che pensò quando chiuse lo sportello, fu che Declan Khan era probabilmente l'unica persona al mondo in grado di chiudere l'ombrello entrando in macchina calcolando perfettamente i movimenti necessari a passare dal primo riparo al secondo, senza prendere neanche una goccia d'acqua. Lui, decisamente meno abile, tornò nell'abitacolo della Laoyin blu metallizzato con i capelli umidi.

"Buonasera mister Rothman"
"Buonasera miss Khan. Dove la porto?"
"Diriga pure verso casa"

Lui avviò il motore e lei si sfilò il cappotto. Dopo circa cinque minuti iniziò a sentire fresco. Si accigliò appena e si sporse sui sedili posteriori. Rothman tenne gli occhi sulla strada, ma avrebbe voluto chiederle cosa stesse facendo.

"Ha cambiato le impostazioni della climatizzazione?"
"Sì, oggi era caldo... è un problema?"
"No. Le sarei però grata se circa trenta minuti prima di venirmi a prendere le reimpostasse"
"Certo... mi scusi, lo faccio subito"

Alzò di quel paio di gradi di differenza il climatizzatore interno e l'abitacolo si riscaldò presto. Declan Khan non disse niente. La guardò nello specchietto retrovisore mentre rilassava la schiena e si puntava due dita ai lati del setto nasale, strofinandosi gli angoli interni degli occhi, passando poi a massaggiarsi le tempie. In qualche modo, Dave fu rassicurato dal sapere che anche lei si stancava.

Era notte, del resto. Aveva sentito dire che a Capital City, come a Xinhion, non era mai veramente notte. Ma le strade erano indubbiamente più sgombre, e non sarebbero bastate tutte le insegne luminose del Core per rendere quel silenzio meno desolante. Ricordò le strade dei quartieri intorno alle fabbriche di Labour Town, quando era ancora un ragazzino e non lavorava dodici ore al giorno. Quando pioveva l'asfalto spaccato e irregolare diventava quasi brillante sotto la luna. Ci si era sbucciato le ginocchia mille volte, finché non aveva imparato a conoscere ogni buca tanto bene da poterla chiamare per nome. Le strade di Capital City erano più lisce, senza scossoni. Proprio come la vita che tanto voleva.

"Le piace la musica, Rothman?"
"Suppongo di sì, miss Khan"
"Suppone?"
"Non ho occasione di sentirla tanto spesso quanto vorrei... il poco tempo, suppongo"
"Curioso"
"Mi scusi?"
"In fondo passa in macchina gran parte del suo tempo, si direbbe che dispone di tutto il tempo di cui ha bisogno"
"Non nella mia macchina, miss Khan"

Non guardò nello specchietto retrovisore perché sapeva che lei se ne sarebbe accorta. Non disse altro, ma strinse le mani attorno al volante.

"Può passarmi..."
"Cosa?"
"L'audiocomando..."
"Quale..."
"No, alla sua destra... più a des... no"
"Questo?"
"E' l'accendino... l'audiocomando, invece, alla sua destra"
"Allora..."
"Sì, quel..."
"Questo?"
"Sì"

Declan sospirò e riportò il busto sullo schienale di pelle morbida. Scorse il touchpad dell'audiocomando alla ricerca della traccia che aveva in mente. Un attimo dopo, si diffuse nell'abitacolo intero il suono delicato di un Chiaro di Luna eseguito da uno dei più noti pianisti di Elèria. Gettò il capo all'indietro in maniera composta e chiuse gli occhi, muovendo le dita sottili a sfiorare le proprie ginocchia come fossero i tasti di un pianoforte.

Quando la musica finì erano ormai arrivati sotto l'alto grattacielo dove risiedeva. Restituì il telecomando in modo che Rothman potesse riporlo prima di andare a parcheggiare nel garage interno.

"La aspetto quindi domani alle otto"
"Sarò puntuale"
"La ringrazio. Le auguro una buona notte, mister Rothman"
"Buonanotte a lei, miss Khan"
 
Lui fece il giro della macchina dalla parte di dietro e andò ad aprirle lo sportello. La vide aprire l'ombrello un attimo prima che anche una singola goccia la bagnasse e guardò distrattamente il portiere di notte sorriderle garbatamente e aprirle la porta. Si chiese se Declan Khan fosse semplicemente quello: la CEO di una corporation che non aveva mai trovato una porta chiusa.

29/02/12

La geometria dell'arte


Forse è un po' eccessivo.
Un regalo insolito, però. Forse un po' troppo apologetico per i miei gusti, ma fatto da una mano decisamente esperta. Mi chiedo se sia questo il modo in cui le persone mi vedono: surreale, seduta su un trono e distante, con degli animali feroci a farmi da guardia e lo sfondo della mia vita occupato da numeri privi di senso.

Devo dire che ha toccato una corda di me piuttosto tesa... non il quadro, ma l'idea di farmi protagonista di un quadro. Mi chiedo se sia una coincidenza, o se miss Adams abbia veramente imparato a leggermi. Del resto è il suo lavoro, e sentiva probabilmente di doversi far scusare la presenza inattesa e non voluta di Ratliff all'inaugurazione della BSS1. Aveva ragione.

Il meccanico-ingegnere col browncoat dice che non l'ho sorpreso, e mentre lo diceva sembrava dispiaciuto. Odia Horyzon, è facile dirlo. Eppure sembra cercare una sorta di catarsi, una buona compagnia, qualcuno che lo apprezzi in modo quasi disperato. Deve essere un uomo molto solo. Il fatto che cerchi amichevolezza da me mancandomi quotidianamente di rispetto mi fa rendere conto di quanto sia estraneo al mio mondo. Di come tutto il 'Verse sembri estraneo al mio mondo. E di come, conseguentemente, io debba sembrare estranea a tutto il 'Verse.

Ho preso i biglietti per Adlin Sheng. Uno, cui ne ho aggiunto un altro per invitare anche la Adams. Mi auguro raccolga l'indicazione per ciò che dovrebbe far suonare ai pianisti della casa per la prossima occasione.

E sono quasi sicura che gli occhi di questo quadro mi seguano.

31/01/12

Equazioni artistiche



Quando ero piccola, odiavo suonare. Iniziai ad otto anni ad essere sguita da uno dei migliori insegnanti di pianoforte di Jutòu. Mi esercitavo due ore al giorno ed ero in grado di eseguire tutti i pezzi con precisione e puntualità, tanto da suscitare l'approvazione del mio maestro.

I problemi iniziarono ad esserci più tardi, quando iniziarono a dirmi che avrei dovuto fare un salto di qualità: la mia esecuzione era ottima, dicevano, ma avrei dovuto metterci più sentimento. Ricordo di aver chiesto loro cosa intendessero, per "metterci più sentimento", e di aver ricevuto risposte altrettanto criptiche: "non ascoltare solo la musica - dicevano - prova a sentirla."
Prova a sentirla come senti l'acqua sulla pelle sotto la doccia, prova a sentirla come se fosse elettricità. La musica non parte dai tasti che premi sul pianoforte, né dalle dita, né dalle mani. La musica non è la corretta angolazione dei palmi, la musica deve venirti dal petto. Se suoni un pezzo triste, senti quella tristezza. Se esegui un allegretto, sorridi, e se sei alle prese con un adagio chiudi gli occhi ogni tanto, prova a scivolarci sopra.

Ho una buona memoria. Ricordo ognuna delle cose che mi vennero dette, e ricordo anche il lieve senso di frustrazione quando, pur tentando, non riuscivo a sentire la musica né a scivolare sulle note, producendo un'esecuzione perfetta ma priva di passione.

Kian Aberdeen. Il mio secondo insegnante di pianoforte dopo il trasferimento ad Afghana, un uomo grigio e impaziente. Fu lui, quando avevo sedici anni, a decidere di smettere di seguirmi, perché del tutto incapace di raggiungere quel grado di imperfezione che esigeva, quella capacità di sporcare le note con ricordi e sentimenti che, a quanto pare, mi mancava più che a nessun altro.

Dopo il suo allontanamento - che vissi intimamente come un abbandono - riflettei a lungo su cosa fare. Inizai ad osservare le riproduzioni olografiche di grandi concertisti, studiandone da vicino i volti e le mani, cercando di capire da dove venisse quella scintilla di cui io tanto difettavo. Cercavo una tecnica, qualcosa da classificare e imitare. E se non trovai niente nei volti di quegli uomini così trasportati dal loro prodotto, ottenni ciò che volevo nell'ascoltare più volte il ritmo inconfondibile di ogni pezzo, il selciato ideale in cui tornava ogni virtuosismo, l'esatta costruzione dell'andamento armonico.

Così, mentre cercavo la musica, trovai la matematica. L'applicazione divenne studio teorico: il temperamento equabile, il ciclo delle quinte, la suddivisione dei toni su una linea logaritmica e le frequenze, e lo studio teorico che tornò all'applicazione e mi regalò, finalmente, quello spirito che fino a quel momento mi era mancato.

Penso che fu in quel momento che mi resi conto di poter fare qualsiasi cosa avessi mai desiderato.

E ora guardo le luci di Capital City sotto un cielo scuro, immaginando i tentacoli di un incrociatore pesante che si protendono verso decine di medium e light cruiser, pompando dentro di loro la forza vitale della tecnologia.

Senza la matematica, niente di tutto ciò sarebbe possibile.

E io sento sulla pelle come, nel mio piccolo, sto aiutando l'Universo a ridimensionare la mano di Dio.