Visualizzazione post con etichetta blue sun. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta blue sun. Mostra tutti i post

07/04/15

cheers

Capital City, Horyzon
Aprile 2517

Alla fine ha permesso a suo marito di entrare in casa. Sedotta dalla sua promessa di seguire le indagini sul suicidio di Jensen e di pianificare una strategia comune, ha fatto preparare la seconda stanza da letto dell'ampia residenza che ha selezionato per sé. Guarda fuori dalla finestra sovrappensiero, mentre piove sul mare e sul lembo di spiaggia che le appartiene. Derek la raggiunge con il suo scotch.

"Era un bel giovane."
"Una compagnia gradevole", concorda.
"Lo vuoi?"

Una volta sposati, ci ha messo un po' a decifrare l'ironia di Derek - non tanto per un onesto interesse a comunicare in maniera ottimale, quanto per la volontà di proiettare all'esterno l'idea di una coppia favolosamente affiatata, perfetta. Tutti i gesti di affetto che ora compie con naturalezza (prendergli la mano passandogli delicatamente il pollice sulle nocche, passargli il palmo sul risvolto della giacca per pettinarne il tessuto, prendergli il braccio quando camminano insieme, sorridergli con complicità, prenderlo blandamente in giro quando sono in compagnia su facezie che ne abbelliscono l'immagine, piuttosto che svilirla) sono tutti movimenti che ha analizzato negli holofilm e in una manciata di coppie prese a modello (tra cui i suoi genitori - ciò che ricorda di loro, quantomeno). 

Lo vuole? Volere è un impegno, un esercizio mentale talvolta estenuante. Declan sa di poter volere solo un certo numero di cose alla volta, e solo cose che è in grado di ottenere. Si conosce a sufficienza da non fare passi da dilettante - sa che ne pagherebbe le spese. Prende il bicchiere tra le dita e fa un sorso distratto. Vuole il ragazzo biondo? Soprattutto, vuole condividerlo con Bark?

"Eric era bipolare", cambia argomento con grazia, ma non si preoccupa di infondere delicatezza nel tono. Il semplice fatto che Derek abbia proposto il matrimonio come un accordo le ha permesso, fin dai primi momenti, di concedersi a un pragmatismo privo di romanticherie e frivolezze. Non che lui sia esattamente come lei, né che la conosca. Ciò che ha dimostrato fino ad ora è, in fondo, adeguato a una personalità spregiudicata, ma pur sempre nei canoni della civiltà. Nessuno si preoccuperebbe di uno squalo chiuso nelle solide mura trasparenti di un acquario.

Almeno fino a Jensen, chiaramente. Scoprire il fianco a suo marito e chiedergli di fornirle un alibi è stato un calcolo affrettato, ma non dettato dalla paura: Declan non conosce la paura. Non ama provare dolore fisico, ma nel modo istintivo con cui anche una pianta lotta per la propria autoconservazione. Ciò che in lei più somiglia alla paura di chiunque altro è, in verità, un sentimento epidermico: il timore di non vincere. Per lei la vita è competizione, e perdere la competizione compromette il fragile equilibrio che vent'anni di psicoterapia le hanno permesso di costruire. Una facciata avvenente di fronte a un'anima trasparente, priva di consistenza. Se Declan Khan fosse un pianeta, i minatori dovrebbero scavare per centinaia di chilometri, fino al suo centro, prima di riuscire a trovare qualcosa di reale.

"Credo lo sappiano, sono andati a parlare col suo medico."
"E le indagini non sono ancora terminate?"
"Non credo stiano cercando un assassino... ma una pista verso il suo collaboratore nella Blue Sun. L'indagine è ancora focalizzata sull'insider trading."

Declan rimane in silenzio.

"Non sembri sollevata."
"Né sono preoccupata."
"Declan."

Lui ne cerca lo sguardo, e non fa fatica a trovarlo. Non ci sono sorrisi ad addolcirne gli spigoli rapaci, a smussarne la ferocia alienante dei muscoli compatti dietro la pelle candida, quasi priva di rughe.

"Spero tu sappia che tutto questo non cambia niente tra di noi."

La premura nel suo tono le fa vibrare le labbra verso l'accenno di un sorriso pungente, scosceso.

"Un broker bipolare sulla via del tracollo a causa di un'accusa per crimini finanziari si suicida, e tu pensi che sia stata io ad ucciderlo", riflette ad alta voce, con delicatezza. Sospira con una rassegnazione lieve, contraffatta. Contro il suo palato anche l'omicidio assume un suono pieno di grazia fatale. "Un giorno sarai tu a morire d'infarto, e qualcuno penserà la stessa cosa", prevede quietamente, le labbra mosse da una dolcezza simmetrica. Declan solleva il bicchiere, lo fa tintinnare contro quello già vuoto di suo marito. "Cin cin".

01/04/15

petals


Sono quasi le dieci quando, cambiatasi e pronta a lasciare l'ufficio, il sistema cortex fisso segnala l'arrivo di una holo-chiamata da un contatto che non le è sconosciuto. Se sulle prime è tentata di non riceverla, riflette che - a quell'ora - potrebbe trattarsi di qualcosa di rilevante sulle indagini che la hanno allontanata da Xinhion. Inspira a fondo, si siede alla scrivania e prende la chiamata.


Derek, a parsec di distanza, riceve l'immagine olografica del mezzobusto di una donna che sembra avere ancora trentatré anni. Indossa un abito elegante, da sera, ha gli occhi truccati e le mani sottili poggiate sulla scrivania. Lui ha invece i primi bottoni della camicia slacciati, la cravatta allentata. Sta bevendo bourbon. Declan lo annota, ma non dice nulla a riguardo: se vuole ignorare i suoi problemi cardiaci, non sarà certo lei a ricordarglieli.

- Perdonami. Stavi uscendo?
- Ero sulla porta.
- Non ti tratterrò molto, ma ho considerato che non ci sentivamo da tempo.
- Mi hai mandato un messaggio cinque giorni fa.
- A cui non hai risposto.
Nella voce di Derek non c'è rimprovero: la freddezza che talvolta coglie sua moglie lo trova abituato e l'ha, in passato, anche divertito. Sono ormai anni che le cerca addosso spiragli di umanità, ma non trovarne non l'ha mai turbato. Studia Declan come si studierebbe un meccanismo, ed è sicuro che l'analisi sia ricambiata.
- Avrei bisogno della tua presenza tra una settimana: siamo stati invitati alla presentazione della primavera teatrale del Teatro Repubblicano di Capital City.
- Sarò presente. 
- Pensi di potermi ospitare a casa tua o preferisci prenda un albergo?
- Sto ridecorando, c'è molto disordine: ti suggerirei un albergo.
E' una bugia, ma come al solito Derek ci mette qualche istante a individuarla. Non se ne risente troppo, limitandosi a rivolgerle un sorriso rammaricato.

- Non indossi l'anello.

Declan non ha bisogno di guardarsi le dita.
- Dubito ci sia qualcuno che non sappia del nostro matrimonio, Derek.
- Nonostante ciò.
Derek solleva la mano sinistra: all'anulare, la fede nuziale che hanno deciso di scambiarsi qualche settimana dopo il matrimonio, nonostante non fosse nella tradizione di Xinhion.
- Fammi sapere quando arriverai esattamente.
- Lo farò senz'altro. Ti auguro buona serata.
- A te. 
Declan è la prima a chiudere la chiamata. Si alza, indossa il cappotto, guarda il c-pad: ha ancora dieci minuti. Raggiunge il tavolino su cui è poggiato il vaso contenente il prezioso fiore autentico regalatole da una Yiji. Ricorda a memoria le istruzioni sulla sua cura, prima tra tutte: annaffiarlo due volte al giorno. Appena arrivata in ufficio, prima di uscirne. Ne sfiora i petali delicati con le dita, sentendone la consistenza liscia. Si porta le dita al viso, cercando di individuarvi l'odore del fiore. Ne osserva la terra, lo stelo resistente. Ne sistema la posizione, ruotando appena il vaso esattamente al centro del tavolo.

Esce quando mancano ancora cinque minuti all'appuntamento, senza averlo innaffiato.

26/03/15

you're killing me here



Shiangye Hotel, Sobborghi di Lòng City
23 Febbraio 2517

Eric Jansen è un uomo inaffidabile, questo Declan l'ha sempre saputo. Quando entra nella stanza d'hotel, la prima cosa che nota è la finestra spalancata. Costeggia il muro con calma, la moquette rende soffice il rumore dei tacchi da seicentottanta dollari. Preme il touchscreen al lato della finestra, osservando la saracinesca abbassarsi lentamente. Indossa ancora i guanti.

"Sapevo sarebbe finita così - lui è seduto al bordo del letto - per entrambi. Incatenati mentre affondiamo"

Strofina i palmi delle mani l'uno contro l'altro, con crescente ansia euforica. Il modo impreciso in cui porta la giacca, l'assenza della cravatta, il colletto slacciato, le rughe agli angoli degli occhi neri. Tutto quello che un tempo le piacque, la incuriosì, le sembra adesso l'affresco scontornato di un uomo perduto. Patetico.

"Cosa ti hanno chiesto esattamente?"

Eric alza la testa. Gli occhi terrorizzati gli si riempiono della figura di Declan Khan. I capelli raccolti, la linea sottile del corpo fasciata dal cappotto di velluto, le labbra tinte di rosso.

"Ogni cosa. Sapevano ogni cosa"
"Se avessero saputo ogni cosa adesso non ne staremmo parlando. Sii specifico"
"Mi hanno chiesto delle azioni della Weyland e di quelle della Blue Sun. Hanno tracciato i miei movimenti, gli acquisti poco prima del lancio sul mercato della nuova linea di upgrades navali... gli investimenti su Roanoke prima dell'uscita della notizia sui giornali"
"Sanno anche di LS-9?"
"Sanno tutto. E' finita".

Declan Khan dubita sia finita. Nonostante ciò, il senso di allarme le cola lungo la schiena e la raggela al contrario, fermandosi alla base del collo. Niente di ciò che pensa traspare dall'espressione ferma e concentrata, gli occhi chiari così vuoti da sembrare assenti.

"A quanto sono salite le azioni Weyland?"
"Cosa?"
"Le azioni Weyland. La borsa di Horyzon aprirà a minuti. Si prevede un più cinque percento. Devi andare a ritirare ogni cosa."
"Declan..."

Eric si alza. Le va incontro e le afferra le mani sottili, ancora coperte. Le stringe con tutta la forza che ha, ricevendo da lei solo un leggero irrigidimento e uno sguardo indecifrabile, valutativo.

"E' finita. Arriveranno a te presto, forse stanno già bussando a casa tua."
"Abbiamo quattrocentosessantaquattromila dollari da incassare."
"Non capisci. E' finita. Dobbiamo andare via, come avevamo progettato. Adesso. Subito." 

Gli uomini disperati l'hanno sempre disgustata. Ha un fremito quando, nel prendere il viso di Eric tra i guanti sottili, lui gli sfugge come un coniglio a una trappola mal piazzata. Uno squilibrato. Ne segue le tracce fino a ridosso della finestra: lui preme la fronte contro il vetro chisuo e respira a fondo, agitato. Lei si avvicina lentamente al suo fianco, rimane dietro il muro. L'analisi è il suo campo, e non ha mai avuto difficoltà ad applicarlo a situazioni di crisi. Adesso, quindi, non può che analizzare la necessità di rinunciare ad alcuni obiettivi per tutelare l'unica priorità: se stessa.

Accarezza la schiena di Eric con la punta delle dita. Lo rassicura, gli sorride dolcemente innamorata. Lui annega nel suo sguardo rapace e la ascolta dire ti ho amato dal primo momento in cui ti ho visto, e forse abbiamo un'altra opzione. Eric ci crede con tutte le sue forze. Lui, nell'analisi, non è mai stato un granché. 

- - - - -

Centrale di Polizia di Lòng City, Xinhion
28 Febbraio 2517

"Forse non dovrei... ma mio marito è davvero il suo più grande fan..."

Derek sorride per la fotocamera. Si lascia immortalare al fianco dell'agente Dobson, un uomo secco di una quarantina d'anni, stempiato e con la pelle color ambra. Poi fa un gesto vago, di scherno, mentre l'agente controlla la buona riuscita della foto sul display olografico. E' uscita bene (Derek Bark esce sempre bene in foto). La ripone e torna a registrare la loro conversazione. Il suo box non è molto spazioso né accogliente, ma si è preoccupato di far portare quantomeno una tazza di caffè al celebre Bark.

"Allora, andiamo avanti... scusi se le chiederò cose che mi ha già detto... serve per i documenti, sa..."
"Non si preoccupi, agente, faccia pure il suo lavoro: sono a sua completa disposizione."
"Grazie. Allora, la sera del ventitré febbraio del corrente anno, dove si trovata?"
"Presso la mia abitazione."
"Da che ora a che ora, orientativamente?"
"Il mio ultimo appuntamento della giornata è stato alle diciotto, quindi dubito di essere tornato più tardi delle otto di sera. E di solito non vado a dormire più tardi delle undici"
"Anche quella sera?"
"Non ho motivo di pensare altrimenti."
"Bene, bene... ed era solo?"
"No: quando sono tornato mia moglie era già a casa."
"Sua moglie che è... - mi scusi, sa, per la registrazione"
"Mi scusi lei: mia moglie è Declan Khan, ed era già in casa."
"Ed è rimasta in casa per tutto il tempo?"

"Sì. Siamo andati a dormire insieme."
"E lei è sicuro che non si sia allontanata, o che non sia uscita senza dirglielo, magari?"

"Ciò farebbe di me un uomo molto distratto."
"Si spieghi."
"Io e Declan dedichiamo le serate ad attività condivise. Vediamo holofilm, o leggiamo, o usciamo."
"Quella sera in particolare cosa avete fatto?"
"Abbiamo ascoltato l'ultimo concerto per orchestra del maestro Jason Fa, dopodiché ci siamo ritirati nelle nostre stanze."
"Verso che ora?"
"Non saprei. Le nove e mezza, forse le dieci?"
"Pensavo andasse a dormire alle undici, di solito."

Derek sorride splendidamente: non ha bisogno di fare più che smuovere leggermente le labbra per convogliare l'esatta dose di scanzonata canaglieria che lo rende così gradevole al pubblico.

"Non ci siamo messi subito a... dormire, se capisce cosa intendo."


Dobson ride, vagamente a disagio, ma tentando di apparire disinvoltamente amichevole.


"Capisco, capisco... quindi mi conferma che la signora Khan è rimasta con lei tutta la sera del ventitré febbraio?"
"Certo, lo confermo."
"Dovrebbe essere un uomo molto distratto per smentirlo..."

Derek ride alla battuta dell'agente come se la trovasse onestamente brillante. Sa di non averne bisogno, di averlo già ipnotizzato. Ma è un attore capace, e si attiene alla sua parte fino all'ultimo.

- - - - -

Villa Bark-Khan, Lòng City
23 Febbraio 2517

 E' mezzanotte e mezza quando il suo rientro lo sveglia. Derek indossa la sua vestaglia di pregiatissima lana naturale e scende in cucina, dove la trova occupata nell'eseguire con precisione maniacale il rituale del tè. Capisce che qualcosa non va dal primo sguardo.

"Cosa è successo?", chiede rimanendo sull'uscio.

Declan non risponde subito. Ha buttato disordinatamente il cappotto sulla penisola, e ora vi poggia le mani e tende le braccia, guardando in basso per un lungo istante.

"Ho bisogno che tu faccia una cosa per me - dice chiaramente, ma a voce bassa. - E ho bisogno che tu non me ne chieda mai il motivo."

- - - - -

Strada, Lòng City
28 Febbraio 2517

Le luci della città che non dorme mai le sfuggono dietro lo sguardo. Rothman guida velocemente, e Derek è seduto al suo fianco, sui sedili posteriori della limousine. 

"Forse dovresti trovare un pretesto per lasciare Xinhion per un po', almeno finché non chiudono le indagini. Seguirò io la questione."
"Sì. Penso che farò così."

Declan osserva fuori dal finestrino, sovrappensiero. Suo marito potrebbe per un attimo giurare come sia la prima volta che le trova addosso un briciolo di preoccupazione. Le prende la mano e se la conduce alle labbra, baciandole morbidamente le nocche in uno di quei rari gesti di affetto che normalmente riservano per quando hanno un pubblico.

"Andrà tutto bene - le dice col suo sorriso da incantatore - e sei in debito."

E' la cosa che la preoccupa di più.

- - - - -

Shiangye Hotel, Sobborghi di Lòng City
24 Febbraio 2517

"Un bel modo del cazzo per ammazzarsi", osserva Dobson. "Si è capito chi è questo poveraccio?". E' in fondo un brav'uomo, e ha un briciolo di pietà anche per i tossici che vengono ritrovati morti di overdose negli hotel. Qualcuno recupera il suo IdN dai pantaloni, lo striscia su un lettore.
"E' un broker di Jutòu", informano. "Jensen, Eric."




01/02/13

for I don't love you and never will


Si era già fatta una doccia, asciugata e vestita. Mentre si sistemava il trucco del giorno prima aveva chiamato miss Postma, avvertendo che si sarebbe presa la mattinata libera, e Rothman, per dirgli di andare a prenderla alle nove e trentatré presso il Xù Hotel di Capital City. Ciò le dava circa trenta minuti per fare colazione e sentire il notiziario delle nove. Nella sala da pranzo della splendida sultan suite arredata in rosso e oro, trovò insieme alla colazione Derek Bark, con gli stessi pantaloni di seta che aveva utilizzato per dormire. Evitò di mostrare il disappunto, ma capì subitaneamente che le avrebbe fatto perdere tempo sulla tabella di marcia che si era figurata.

"Hai dormito bene?". Derek le sorrise versando il tè con poca delicatezza. Era solo uno dei molti movimenti di cui non coglieva minimamente la sfumatura rituale, profanandolo con il pragmatismo un po' becero di chi è cresciuto lavorando nello spietato business delle news e poi dell'imprenditoria. Nonostante ciò, l'intenzione era indubbiamente galante. I mix di elementi contrastanti erano sempre piaciuti a Declan, e indubbiamente le piaceva il mix particolare di Bark.

"Ottimamente, ti ringrazio"
"Quanto zucchero nel tè?"
"Senza"

Le passò la tazza soltanto, ignorando totalmente il piattino, che lei si procurò da sola.

"Il disordine ti infastidisce, non è così?"
"Non è così"

Declan sorrise in modo sfuggente, senza guardarlo. Lui invece rimase ad osservarla per un po', con un sorriso storto tagliato sulle labbra sottili. Qualcosa in lei riusciva a mantenerlo costantemente intrigato e partecipe. Si sedettero entrambi.

"Ho una proposta da farti, e vorrei che mantenessi una mentalità il più possibile aperta a riguardo, lasciandomi parlare prima di rispondere"
"Un'altra nuotata con gli squali?"
"Non è ciò che facciamo entrambi da anni?"

Declan sollevò gli occhi su di lui, attenta.

"Come già sicuramente saprai, sono vedovo da circa dieci anni, e i miei figli sono adulti, con famiglie proprie e lavori indipendenti. Conduco una vita attiva e lavoro intensamente, nonostante a questo punto della mia carriera potrei sedermi e passare le giornate a guardare tutto ciò che ho creato arricchirmi fino all'eccesso."

Declan poggiò cautamente la tazza sul piattino, girandola in modo che il manico si trovasse alla sua destra.

"Nonostante ciò, ammetto che talvolta gradirei avere un diverso tipo di compagnia. Negli ultimi anni ho provato ad instaurare relazioni con tipi vari di donne che alla fine si sono rivelate più interessate al mio patrimonio che alla mia compagnia. Come, in parte, è naturale che sia".

Declan prese un respiro profondo. Accavallò le gambe e spinse il busto appena indietro, con l'improvvisa esigenza di allontanarsi da quella conversazione il più rapidamente possibile.

"Ti vedo spaventata"
"Vorrei che arrivassi al punto, Derek"
"Ti sto proponendo di sposarmi."


Lei alzò gli occhi al cielo per ostentare una certa esasperazione. Si alzò in piedi con una certa fretta e diresse verso la porta d'uscita della stanza. Derek sorrise e le andò dietro, mettendosi sulla sua strada. La bloccò afferrandola delicatamente per le spalle. 


"Non mi hai lasciato finire"
"Non ho tempo da perdere dietro queste cose, Derek"
"Permettimi di spiegarti: non ti sto promettendo amore eterno. Ti sto solo chiedendo di sposarmi"

Quel curioso modo di formulare la questione riagganciò la sua attenzione. Alzò gli occhi chiari su di lui, aspettando.

"Cerco una compagnia, Declan. Qualcuno con cui passare piacevolmente il mio poco tempo libero, che mi accompagni agli eventi ufficiali e che non mi crei i problemi alla lunga inevitabili in un tipo di relazione che il resto del mondo definirebbe funzionale. Nessuno di noi due avrebbe obblighi di fedeltà, ma solo di discrezione."

Declan ci pensò un attimo. La razionalità dell'analisi l'aveva in qualche modo messa di nuovo a proprio agio. Inspirò a fondo.

"E io cosa ne guadagnerei?"
"Un terzo dell'eredità che lascerò, e tutti i miei contatti lavorativi."
"Ti aspetti che lasci il mio lavoro a Capital City?"

Derek rise.

"Declan, mi vuoi dire che non hai già puntato il posto di Gentry?"
"Gentry si dimette da CEO di Lòng City. Io sono CEO di Capital City. Perché dovrei volere il suo posto?"
"Perché è più vicino a Carter. E perché il settanta percento di CEO di Lòng City sono stati poi promossi al Board of Directors presieduto da Carter. Ho una villa splendida a Lòng City. Se non ti piace, posso comprarne una più grande."

Declan scosse piano il capo.

"Ho fatto i miei compiti" le assicurò lui.

Rimasero in silenzio per un po', finché non fu lei ad alzare il capo verso di lui.
"Io non ti amo" chiarì con una certa urgenza.

Derek sollevò le spalle. "Neanche io". 
"Non è una cosa che cambierà col tempo: non ti amerò mai"

"La qual cosa un po' mi ferisce, ma - suonava ironico - I can live with it". 

Si umettò le labbra.

"Ho bisogno di un paio di giorni per pensarci"

"Tutto il tempo che vuoi. E ora... - allargò un braccio verso il tavolo - adorerei la tua compagnia per il resto della colazione".

06/12/12

pendragon


2 Gennaio 2514.
Twin Towers, Capital City. Laboratori genetici.

"Complimenti per la sua nomina a vice CEO, miss Khan".

Declan Khan sorrise distrattamente al suo interlocutore in camice bianco, facendo scivolare il suo c-pad nel tiepido sonno dello stand-by. 

"Prego, di qua". Conrad Mayhem era un uomo che aveva sempre indossato occhiali spessi. Da giovane non piaceva alle ragazze e all'università non faceva parte di nessuna confraternita. Si era comunque riuscito a laureare con il massimo del tempo con una brillante tesi sulla ricombinazione genetica creativa. Aveva visto il vario susseguirsi di leader a capo di Blue Sun Capital City, ma Declan Khan era la prima a mostrare un interesse così diretto per il suo lavoro.

"E' fortunata, ci viene a trovare esattamente in occasione di una nascita" tartagliò preciso Mayhem, guardando la rossa indugiare sulle gabbie degli scimpanzé. Tomoto, intento a ricomporre un puzzle di plastica in dieci pezzi, si interruppe per guardarla. Lei sorrise.


"Lo so. Sono venuta appositamente, in effetti. - superò lentamente la gabbia, tornando con gli occhi sul genetista - per il Felis X039. Mi incuriosisce il processo dell'imprinting su creature create in provetta"
"E' un processo... interessante - Mayhem si fermò a guardarle i capelli per un attimo. Quando se ne rese conto si affrettò ad abbassare gli occhi sulla sottile cartellina elettronica che teneva tra le mani - abbiamo, ahm... abbiamo scoperto che l'imprinting degli esemplari sviluppatisi negli uteri sintetici è circa, ahm... circa dieci volte maggiore. Intendo, dieci volte maggiore di... di quello normale - scosse il capo - ... lo vedrà, comunque. I nostri scienziati sono... mh. Abituati"

"In verità, vorrei essere io il soggetto di questo particolare imprinting"

Mayhem sbatté le palpebre. La sua interlocutrice appariva fin troppo serena.


"Mi scusi?"
"Ho notato che uccidete gli animali al raggiungimento della maturità"
"S-sì... dopo un anno, circa, per i felides... li addormentiamo. Non sono più utili ai nostri studi"
"Benissimo. Tra un anno, vorrei che questo esemplare mi fosse recapitato"

"Reca... miss Khan, non credo... ahm, io..."
"E' questo?"

La donna si fermò davanti al quarto utero artificiale, avvicinando notevolmente il volto alla superficie di vetro sottile che lo conteneva. Era ancora privo di pelo, gli occhi chiusi e le orecchie già lunghe diverse centimetri.

"Sì..."

La vide sorridere di nuovo.

* * *

6 Dicembre 2514.
Chaoyiang Street numero 39. Capital City.

"E' una fottuta bestia, un animale pe-ri-co-lo-so - Jen Dawson scandì il concetto in modo cristallino mentre effettuava la delicata manovra utile a depositare la gabbia sul tetto del grattacielo. Il bestione aveva fatto ballare il suo elicottero per tutto il tragitto  - non lo so che cazzo ha in mente la gente... per me la sbrana - argomentò mentre masticava vigorosamente una gomma alla nicotina - quanto ti ci giochi che la sbrana?" urlò alla cuffia.

"Piantala, Jen" la riprese Frank, dall'altro capo della comunicazione. Si conoscevano da anni, ormai: la compagnia per cui lavoravano si occupava di trasporti aerei atmosferici per la Blue Sun dalla fine della guerra. Si andò a piazzare sotto l'elicottero, iniziando a sganciare tutte le sicure che tenevano il box rinforzato. Al suo interno la bestia si agitava. Era agitato anche lui. Agitato a sufficienza da sobbalzare quando si ritrovò alla sua destra miss Declan Khan, intenta serenamente ad aprire la serratura elettronica dello sportello frontale.

"Ooooh, che fa? - chiese lui, saltando una manciata di passi indietro - non... cazzo, cioè, scusi, non può farlo quando..." quando? Alzò la testa al cielo, considerando di attaccarsi lui stesso ai ganci e farsi portare via di là da Jen, in volo.

Declan Khan aprì lentamente lo sportello, rimanendo chinata sulle caviglie di fronte ad esso. Il ringhio basso e aggressivo del felino si fece gradualmente meno intenso, fino a sparire del tutto. Allungò una mano in modo che potesse prendersi il tempo necessario per annusarla. Riconoscerla.

"Huanyìng hai nèiwài, Pendragon"

L'animale scivolò lentamente fuori dal box, avvicinando il muso alla sua mano.

Frank rimase a guardare la scena, esterrefatto.

Declan Khan rise piano.


30/11/12

have a cigar


Come in here, dear boy, have a cigar.
You're gonna go far, fly high,
You're never gonna die,
you're gonna make it if you try
they're gonna love you


Charlotte Alcot è fuggita con un accompagnatore della Shouye rinnegato. Laughter si è preso un congedo fino a data da definirsi. Ho incontrato Quinniperseliys Thomson per totale caso a bordo di questa stessa nave, con i piedi scalzi. Fa la macchinista e ha iniziato a lavorare in un ranch, il Black Oak della Buffalo County di Greenfield. Tre vice-Ceo, ognuno con le sue particolari qualità, che hanno lasciato la Blue Sun. Due su tre che hanno deciso di ritirarsi dal mondo civile. Bruciati, probabilmente irrecuperabili.

Declan Khan prese un altro profondo tiro di fumo. Era una sigaretta al mentolo, di quelle sottili che comprava nel Core. Indossava abiti per lei insoliti e aveva i capelli sciolti. In piedi sulla catwalk della Monkey Wrench, guardava la stiva. Teneva i gomiti poggiati sulla balaustra e si concedeva una posa più rilassata del solito. L'aria del rim, forse. Poggiò gli occhi sulla donna che si aggirava nella stiva, sotto di lei. Le parve inquieta.

Niente tuta, oggi. Una persona particolare, inquadrata imperfettamente. Non ha partecipato alla guerra, ma ha qualcosa di marziale nel modo di porsi. Cerca da me conferme e ordini come farebbe un militare, e non si muove prima di averli ricevuti. Quando sta ferma, in piedi, sembra stare a riposo. Come i militari, non contraddice mai i suoi superiori: quando le parlo ho la continua, netta sensazione che mi assecondi, che si preoccupi di non contraddirmi. Ha anche qualcosa di vagamente vanesio. Nel modo in cui ancheggia e nell'ossessione verso quell'abito nero che la riveste come una seconda pelle. Nel non legarsi i capelli, anche. Dovrei conoscerla meglio, anche se la sua storia personale non pare interessante. Conflitti col padre. Comune.

Fece un altro tiro. La salutò con un cenno del capo calmo, tornando a scorrere la stiva con gli occhi. Il capitano era quasi arrivato alla fine del suo sigaro. Si passò la lingua nell'interno della guancia, ascoltandone le parole filodiffuse in tutta la nave.

Sembra un po' più vecchio, un po' meno sereno. Ha un paio di rughe d'espressione in più, ma pressapoco lo stesso odore che ricordavo. Forse è il legame emotivo che ha con questo pianeta. Forse non è solo quello, non saprei dire con precisione assoluta. Leggermente incerto, all'inizio, privo della sicurezza che ricordavo sua. Addirittura a disagio, per un attimo. Meglio, poi. Molto. Il sigaro che ha tra i denti è uno di quelli. Devo tornare da lui prossimamente, vedere se cambia e se è cambiato. Se è un uomo diverso. Sarebbe interessante capire cosa gli è successo, in questi mesi, e valutare come ha influito sul carattere. Ritter potrebbe essere in questo senso d'aiuto, ma ho poca voglia di espormi. Devo considerare meglio.

Si mise dritta. Poggiò i palmi delle mani sulla balaustra con la sigaretta che ancora le fumava tra le dita e osservò fuori, un'ultima occhiata al suolo di Shijie prima che la rampa fosse del tutto sollevata e il portellone a chiusura stagna sigillato.

Tre secoli fa, trent'anni fa, tre anni fa: ciò che stiamo per fare su queste terre sarebbe stato considerato un miracolo, un'opera di Dio. Tre anni è il tempo che è servito per far passare dall'area d'influenza del divino a quella dell'umano. Dello scientifico. E' questo il tempo in cui vivo: l'era in cui l'uomo ha superato Dio. E io sono al suo centro esatto. Ventimila dollari, una nave da trasporto e poche settimane: oggi non ci serve nient'altro per far resuscitare decine di ettari di terra morta oltre ogni dubbio.

Il ragazzo intimo con la Krushenko: Joe Black. L'altro giorno ha detto che ciò che è morto deve restare tale. Che non bisogna giocare a fare Dio. L'idea che vita, morte e resurrezione siano prerogative di entità astratte è tipica di chi non conosce la storia. L'ingegneria aerospaziale ha costruito le arche che hanno permesso all'umanità di continuare a sopravvivere, nonostante la sua prima culla stesse morendo - dalla stessa umanità uccisa -. Lo studio della geologia e della terraformazione ha reso possibile rendere ospitali pianeti su cui altrimenti non avremmo potuto mettere piede. Il diserbante chimico e le armi di distruzione di massa hanno sepolto sotto metri di detriti e cenere terreni un tempo fertili. Mondi interi. E adesso il fertilizzante Blue Sun darà nuova vita a quegli stessi mondi.

La scienza dà come la scienza toglie, in un ciclo continuo. Abbiamo sottratto potere alla natura. Nel mio secolo esiste un solo Dio, ed è quello che prende forma nelle mie stesse mani.

26/03/12

Artificio




Ho dato tutto alla Blue Sun.

Sarei ingiusta se non dicessi che ho anche preso tutto. Ho preso tutto il possibile, quindi, i soldi e lo status sociale, una casa ampia fornita dalla compagnia stessa, una macchina di lusso, tutti i comfort che avrei mai potuto avere, li ho avuti. Ho anche lavorato duramente come pochi, ho dormito poco. Negli ultimi dieci anni, intendo: ho dormito poco.

Quella che mi ha offerto Jacob Heisenberg, oggi, sulla Blue Sun Station One, è effettivamente una promozione. Per la stessa paga, mi hanno dato la responsabilità di un progetto tanto avveniristico da essere fantascientifico, con scadenze relativamente brevi e una spada di Damocle che mi pende sulla testa: la concorrenza.

E' una spada pesante, che mi costringerà a nascondermi sotto terra per circa venticinque giorni al mese. La base si trova a Xanto, il progetto si chiama Deep Mind.

Intelligenze Artificiali.

Sono combattuta: vivere in una base ingegneristica mi costringerà a tornare all'essenziale, a rinunciare al vino costoso, ai lussi. Devo anche informarmi se i dobermann saranno benvoluti: non posso abbandonarli a nessuno.

Ma è ciò a cui ho sempre voluto lavorare, in fondo, ed è a poche centinaia di miglia da Sadrany. E' una città che conosco, che mi ha sempre affascinato nella sua decadenza e nell'ostinazione dei suoi abitanti nella ricostruzione. E' caotica quasi quanto lo era Afghana prima che iniziasse la guerra. Chissà se la nostra casa è stata ricostruita.

Ma adesso, proprio adesso. Proprio dopo ciò che è successo poco più di una settimana fa, dopo ciò che mi hanno detto Nadja e Louise. Dopo ciò che mi ha detto mio padre, andare a lavorare sulle I.A. sembra quasi un modo ironico del destino per dirmi che il mio futuro non è nelle relazioni con il genere umano, ma con quello robotico.

Ma non mi importa di Nadja: è ancora una bambina e non credo diventerà mai più intelligente di quanto sia, forse per colpa di un'educazione troppo permissiva. Louise è mia madre, ma mentirei se dicessi che mi importa del suo giudizio.

Ma mio padre. Quando è venuto a trovarmi in hotel, il giorno dopo il litigio, l'ho guardato negli occhi e ho visto solo delusione. Non penso di avervi mai letto affetto, forse protezione, quando ero piccola, anche rabbia in alcune situazioni. Delusione mai.

Quello che mi ha detto mi ha colpito. Ho sempre pensato che la sua severità fosse stata una questione di amore paterno, il suo modo di spronarmi a dare sempre di più... il suo modo efficace per farmi dare sempre di più. Ma non ha detto questo. All'hotel, rifiutandosi anche di sedersi, ha detto poche frasi.

Ho una buona memoria, posso ripetere l'intera conversazione parola per parola.

Il suo sguardo distaccato vedendo la bottiglia di vino naturale di Jasonville sul tavolino basso della mia suite.

Il suo modo duro di dire: "ieri sei andata oltre ogni limite" e "la tua ambizione è diventata più grande della passione per il tuo lavoro", fino al "non so cosa c'è che non va in te, ma so che è così da sempre. Speravo che la terapia lo risolvesse, ma non è così: lo ha solo instradato in modo che sia più socialmente accettabile".

E ancora: "mi auguravo diventassi una persona migliore", "ciò che hai detto a tua sorella, in un momento di tale fragilità nella sua vita, è puro sadismo". "Hai un serio problema, Declan, che hai bisogno di risolvere. Ma adesso non ti aiuteremo più."

Sembrava Nadja, Nadja quando mi rinfacciava di avere ucciso la metà dei suoi animali domestici, quando era bambina, solo per poterli vedere morire. Nadja che mi diceva che amarmi era impossibile, frustrante e inutile. Come Nadja nostro padre. Come nostro padre anche Louise.

Ho urlato. Non mi capitava da molto, ma suppongo che sentirmi così attaccata mi abbia costretto a reagire. Gli ho detto che poteva vedermi come una pazza, se voleva, ma che tutto ciò che faccio è essere al passo coi tempi. Che gli ideali sono sorpassati, che il denaro detta i vincitori del domani e che io non voglio mai essere tra i perdenti. Che non mi chiuderò in un laboratorio come lui, ad invecchiare sulle provette, che il lavoro che faccio ha un valore che voglio riconosciuto e pagato. Gli ho detto che è solo un vecchio, che quando sarà morto nessuno ricorderà il suo nome. Che morirà presto, perché continuerà ad invecchiare velocemente, a furia di stare gobbo sui suoi studi. Che sono la migliore cosa che potesse capitargli, che non l'ha mai capito, che io andrò lontano e non sarà per merito suo.

Era furioso. Furioso e arreso. Ha detto che per lui ero morta ed è uscito.

Non li avvertirò del mio trasferimento, forse lo leggeranno dai giornali. Non avvertirò molte persone, comunque: non penso che a qualcuno interessi veramente.

Ma interessa a me.
E se c'è una cosa che ho imparato in questi anni, è che io mi basto perfettamente.

02/03/12

Gerarchie mobili


Mio padre è sempre stato un uomo particolare.
E' sempre stato più severo con me che con Nadja, alla quale usava un'indulgenza che, in gioventù, mi sembrava ingiusta e ingiustificata. Ho capito solo più tardi perché lo faceva, cosa vedeva in me. Quale potenziale.

Dico che è un uomo particolare perché raramente una spinta creativa come la sua si sposa con una capacità analitica e organizzativa così solida. Ho visto tanti geni veri e presunti, dall'università ad oggi, e ognuno di loro eccedeva in indulgenza autorivolta ed eccentrecità. Una delle numerose cose che ho sempre apprezzato di Alban era la sua capacità di mantenere un'apparenza così sobria quando nella sua testa esplodevano le premesse per gettare le basi di un nuovo tipo di fare scienza.

Non mi ha mai perdonato nulla, mai. Ha sempre esatto il massimo possibile da me, in ogni cosa che mi apprestassi a fare, dandomi gli strumenti per raggiungere il meglio possibile e restando poi a guardarmi mentre capivo da sola come utilizzarli, in attesa che ci arrivassi. Ci sono sempre arrivata, so di aver avuto sempre la sua approvazione, almeno fino all'università. La mia scelta di lavorare per una Corporation piuttosto che restare nel campo della disinteressata ricerca universitaria l'ha in qualche modo colpito, un po' offeso: non l'ha mai detto, ma lo so. L'ho capito da come le nostre telefonate si sono fatte appena meno intense di contenuti. Se mi ha insegnato la compostezza, l'applicazione che trascende nell'ostinazione, addirittura l'abnegazione, deve ad un certo punto essersi iniziato a chiedere da dove venisse tutta quella incredibile ambizione che mi vedeva negli occhi dalle prime fiere della scienza scolastiche. E' qualcosa che mia madre non ha e che a lui sfugge completamente, tanto da averlo fatto allontanare nel momento in cui ho iniziato a lavorare effettivamente per scalare la gerarchia.

Nella mia famiglia, nessuno ha mai lavorato per fare soldi. I soldi sono sempre stati l'effetto collaterale di studi intensi e conseguenti carriere brillanti, e quelle carriere brillanti hanno portato al prestigio del nome Khan. A differenza di me, i miei genitori non vengono lusingati dalla riverenza delle persone, da un conto in banca gonfiato, dall'epiteto affiancato al proprio nome: CEO. Non capiscono nemmeno come il piacere del vino e dell'alcol costoso, dei concerti nel centro di Capital City, dei ristoranti raffinati, delle macchine di lusso sia un'espressione di quell'ambizione, la semplice ostentazione di una serie di status symbol in grado di affermare il mio posto in una delle più rigide gerarchie di questo grande 'Verse: quella sociale.

Per questo la chiamata di mio padre questa sera mi ha sorpreso.

Mi ha fatto le congratulazioni e mi ha chiesto come stavo. Ci siamo scambiati i soliti convenevoli da estranei, gli ho chiesto del suo lavoro e lui mi ha chiesto se ero soddisfatta della nuova posizione.

Gli ho detto di sì. Che mi avrebbe permesso di fare nuove cose, grandi cose.

Mi ha ricordato come la modestia non sia mai stata nelle mie corde.

29/02/12

La geometria dell'arte


Forse è un po' eccessivo.
Un regalo insolito, però. Forse un po' troppo apologetico per i miei gusti, ma fatto da una mano decisamente esperta. Mi chiedo se sia questo il modo in cui le persone mi vedono: surreale, seduta su un trono e distante, con degli animali feroci a farmi da guardia e lo sfondo della mia vita occupato da numeri privi di senso.

Devo dire che ha toccato una corda di me piuttosto tesa... non il quadro, ma l'idea di farmi protagonista di un quadro. Mi chiedo se sia una coincidenza, o se miss Adams abbia veramente imparato a leggermi. Del resto è il suo lavoro, e sentiva probabilmente di doversi far scusare la presenza inattesa e non voluta di Ratliff all'inaugurazione della BSS1. Aveva ragione.

Il meccanico-ingegnere col browncoat dice che non l'ho sorpreso, e mentre lo diceva sembrava dispiaciuto. Odia Horyzon, è facile dirlo. Eppure sembra cercare una sorta di catarsi, una buona compagnia, qualcuno che lo apprezzi in modo quasi disperato. Deve essere un uomo molto solo. Il fatto che cerchi amichevolezza da me mancandomi quotidianamente di rispetto mi fa rendere conto di quanto sia estraneo al mio mondo. Di come tutto il 'Verse sembri estraneo al mio mondo. E di come, conseguentemente, io debba sembrare estranea a tutto il 'Verse.

Ho preso i biglietti per Adlin Sheng. Uno, cui ne ho aggiunto un altro per invitare anche la Adams. Mi auguro raccolga l'indicazione per ciò che dovrebbe far suonare ai pianisti della casa per la prossima occasione.

E sono quasi sicura che gli occhi di questo quadro mi seguano.

17/01/12

Ambientarsi


Ambientarsi, un problema.

Una casa nuova, un ufficio nuovo, nuovi colleghi. Una balbetta, quando parla. Spesso non parla affatto. Tanto da leggere, già finito. Ho recuperato l'ordine sonno-veglia disturbato i primi giorni. Cambiare routine non mi spaventa, quando è densa. La noia, quella mi terrorizza. Thomson, la seconda vice CEO: gradevole, comunicativa, puntuale nel discorso. Bionda. La persona con cui interfacciarsi. Nota mentale: Koroleva - Albany, qualcosa da considerare. Fissare appuntamento, parlarne con la Thomson prima. Shouye: già fatta, stasera. Obblighi sociali necessari che mi hanno costretta ad uscire dall'ufficio. Tempo da recuperare domani: andare prima in ufficio. Koroleva, ancora: incapacità del governo alleato quasi ironica, camera dei rappresentati inconclusiva, Minsk sicuramente sul piede di guerra. Guerra, pensiero che mi lascia indifferente, finché non sulla mia testa. Guerra, Alleanza: Flotta, devo contattare chi è in comando dell'Ottava Flotta per riassumere questioni in sospeso con la sezione Blue Sun: Capital City. Capital City: l'invito della Adams alle Terrazze Verdi. Splendida architettura solo apparentemente asimmetrica. La bellezza della simmetria, quel libro. Devo chiamare mio padre e parlargliene, questa domenica. No, domenica lavoro. Se chiamo a casa Louise vorrà parlare con me e mi consiglierà di chiamare un arredatore per l'appartamento. L'essenzialità mi piace, i muri bianchi e la lucentezza dell'alluminio. Portinaia: devo chiederle di consigliarmi una donna delle pulizie. Voglio sentire l'odore di disinfettante.