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26/03/15

you're killing me here



Shiangye Hotel, Sobborghi di Lòng City
23 Febbraio 2517

Eric Jansen è un uomo inaffidabile, questo Declan l'ha sempre saputo. Quando entra nella stanza d'hotel, la prima cosa che nota è la finestra spalancata. Costeggia il muro con calma, la moquette rende soffice il rumore dei tacchi da seicentottanta dollari. Preme il touchscreen al lato della finestra, osservando la saracinesca abbassarsi lentamente. Indossa ancora i guanti.

"Sapevo sarebbe finita così - lui è seduto al bordo del letto - per entrambi. Incatenati mentre affondiamo"

Strofina i palmi delle mani l'uno contro l'altro, con crescente ansia euforica. Il modo impreciso in cui porta la giacca, l'assenza della cravatta, il colletto slacciato, le rughe agli angoli degli occhi neri. Tutto quello che un tempo le piacque, la incuriosì, le sembra adesso l'affresco scontornato di un uomo perduto. Patetico.

"Cosa ti hanno chiesto esattamente?"

Eric alza la testa. Gli occhi terrorizzati gli si riempiono della figura di Declan Khan. I capelli raccolti, la linea sottile del corpo fasciata dal cappotto di velluto, le labbra tinte di rosso.

"Ogni cosa. Sapevano ogni cosa"
"Se avessero saputo ogni cosa adesso non ne staremmo parlando. Sii specifico"
"Mi hanno chiesto delle azioni della Weyland e di quelle della Blue Sun. Hanno tracciato i miei movimenti, gli acquisti poco prima del lancio sul mercato della nuova linea di upgrades navali... gli investimenti su Roanoke prima dell'uscita della notizia sui giornali"
"Sanno anche di LS-9?"
"Sanno tutto. E' finita".

Declan Khan dubita sia finita. Nonostante ciò, il senso di allarme le cola lungo la schiena e la raggela al contrario, fermandosi alla base del collo. Niente di ciò che pensa traspare dall'espressione ferma e concentrata, gli occhi chiari così vuoti da sembrare assenti.

"A quanto sono salite le azioni Weyland?"
"Cosa?"
"Le azioni Weyland. La borsa di Horyzon aprirà a minuti. Si prevede un più cinque percento. Devi andare a ritirare ogni cosa."
"Declan..."

Eric si alza. Le va incontro e le afferra le mani sottili, ancora coperte. Le stringe con tutta la forza che ha, ricevendo da lei solo un leggero irrigidimento e uno sguardo indecifrabile, valutativo.

"E' finita. Arriveranno a te presto, forse stanno già bussando a casa tua."
"Abbiamo quattrocentosessantaquattromila dollari da incassare."
"Non capisci. E' finita. Dobbiamo andare via, come avevamo progettato. Adesso. Subito." 

Gli uomini disperati l'hanno sempre disgustata. Ha un fremito quando, nel prendere il viso di Eric tra i guanti sottili, lui gli sfugge come un coniglio a una trappola mal piazzata. Uno squilibrato. Ne segue le tracce fino a ridosso della finestra: lui preme la fronte contro il vetro chisuo e respira a fondo, agitato. Lei si avvicina lentamente al suo fianco, rimane dietro il muro. L'analisi è il suo campo, e non ha mai avuto difficoltà ad applicarlo a situazioni di crisi. Adesso, quindi, non può che analizzare la necessità di rinunciare ad alcuni obiettivi per tutelare l'unica priorità: se stessa.

Accarezza la schiena di Eric con la punta delle dita. Lo rassicura, gli sorride dolcemente innamorata. Lui annega nel suo sguardo rapace e la ascolta dire ti ho amato dal primo momento in cui ti ho visto, e forse abbiamo un'altra opzione. Eric ci crede con tutte le sue forze. Lui, nell'analisi, non è mai stato un granché. 

- - - - -

Centrale di Polizia di Lòng City, Xinhion
28 Febbraio 2517

"Forse non dovrei... ma mio marito è davvero il suo più grande fan..."

Derek sorride per la fotocamera. Si lascia immortalare al fianco dell'agente Dobson, un uomo secco di una quarantina d'anni, stempiato e con la pelle color ambra. Poi fa un gesto vago, di scherno, mentre l'agente controlla la buona riuscita della foto sul display olografico. E' uscita bene (Derek Bark esce sempre bene in foto). La ripone e torna a registrare la loro conversazione. Il suo box non è molto spazioso né accogliente, ma si è preoccupato di far portare quantomeno una tazza di caffè al celebre Bark.

"Allora, andiamo avanti... scusi se le chiederò cose che mi ha già detto... serve per i documenti, sa..."
"Non si preoccupi, agente, faccia pure il suo lavoro: sono a sua completa disposizione."
"Grazie. Allora, la sera del ventitré febbraio del corrente anno, dove si trovata?"
"Presso la mia abitazione."
"Da che ora a che ora, orientativamente?"
"Il mio ultimo appuntamento della giornata è stato alle diciotto, quindi dubito di essere tornato più tardi delle otto di sera. E di solito non vado a dormire più tardi delle undici"
"Anche quella sera?"
"Non ho motivo di pensare altrimenti."
"Bene, bene... ed era solo?"
"No: quando sono tornato mia moglie era già a casa."
"Sua moglie che è... - mi scusi, sa, per la registrazione"
"Mi scusi lei: mia moglie è Declan Khan, ed era già in casa."
"Ed è rimasta in casa per tutto il tempo?"

"Sì. Siamo andati a dormire insieme."
"E lei è sicuro che non si sia allontanata, o che non sia uscita senza dirglielo, magari?"

"Ciò farebbe di me un uomo molto distratto."
"Si spieghi."
"Io e Declan dedichiamo le serate ad attività condivise. Vediamo holofilm, o leggiamo, o usciamo."
"Quella sera in particolare cosa avete fatto?"
"Abbiamo ascoltato l'ultimo concerto per orchestra del maestro Jason Fa, dopodiché ci siamo ritirati nelle nostre stanze."
"Verso che ora?"
"Non saprei. Le nove e mezza, forse le dieci?"
"Pensavo andasse a dormire alle undici, di solito."

Derek sorride splendidamente: non ha bisogno di fare più che smuovere leggermente le labbra per convogliare l'esatta dose di scanzonata canaglieria che lo rende così gradevole al pubblico.

"Non ci siamo messi subito a... dormire, se capisce cosa intendo."


Dobson ride, vagamente a disagio, ma tentando di apparire disinvoltamente amichevole.


"Capisco, capisco... quindi mi conferma che la signora Khan è rimasta con lei tutta la sera del ventitré febbraio?"
"Certo, lo confermo."
"Dovrebbe essere un uomo molto distratto per smentirlo..."

Derek ride alla battuta dell'agente come se la trovasse onestamente brillante. Sa di non averne bisogno, di averlo già ipnotizzato. Ma è un attore capace, e si attiene alla sua parte fino all'ultimo.

- - - - -

Villa Bark-Khan, Lòng City
23 Febbraio 2517

 E' mezzanotte e mezza quando il suo rientro lo sveglia. Derek indossa la sua vestaglia di pregiatissima lana naturale e scende in cucina, dove la trova occupata nell'eseguire con precisione maniacale il rituale del tè. Capisce che qualcosa non va dal primo sguardo.

"Cosa è successo?", chiede rimanendo sull'uscio.

Declan non risponde subito. Ha buttato disordinatamente il cappotto sulla penisola, e ora vi poggia le mani e tende le braccia, guardando in basso per un lungo istante.

"Ho bisogno che tu faccia una cosa per me - dice chiaramente, ma a voce bassa. - E ho bisogno che tu non me ne chieda mai il motivo."

- - - - -

Strada, Lòng City
28 Febbraio 2517

Le luci della città che non dorme mai le sfuggono dietro lo sguardo. Rothman guida velocemente, e Derek è seduto al suo fianco, sui sedili posteriori della limousine. 

"Forse dovresti trovare un pretesto per lasciare Xinhion per un po', almeno finché non chiudono le indagini. Seguirò io la questione."
"Sì. Penso che farò così."

Declan osserva fuori dal finestrino, sovrappensiero. Suo marito potrebbe per un attimo giurare come sia la prima volta che le trova addosso un briciolo di preoccupazione. Le prende la mano e se la conduce alle labbra, baciandole morbidamente le nocche in uno di quei rari gesti di affetto che normalmente riservano per quando hanno un pubblico.

"Andrà tutto bene - le dice col suo sorriso da incantatore - e sei in debito."

E' la cosa che la preoccupa di più.

- - - - -

Shiangye Hotel, Sobborghi di Lòng City
24 Febbraio 2517

"Un bel modo del cazzo per ammazzarsi", osserva Dobson. "Si è capito chi è questo poveraccio?". E' in fondo un brav'uomo, e ha un briciolo di pietà anche per i tossici che vengono ritrovati morti di overdose negli hotel. Qualcuno recupera il suo IdN dai pantaloni, lo striscia su un lettore.
"E' un broker di Jutòu", informano. "Jensen, Eric."




13/01/13

you think I'm a freak



7 Maggio 2492, Jutòu, Xinhion.

Declan Khan era una bambina di undici anni con la pelle chiara e i capelli rossi tagliati in un caschetto ordinato. A braccia conserte e con lo sguardo assente, attendeva che suo padre uscisse dall'ufficio del preside. Passava gli occhi distrattamente sulla finestra da cui si intravede un prato ordinato, l'erba geneticamente modificata per non crescere mai più di quattro centimetri, seppure l'amministrazione avesse votato a favore dell'acquisto di un tosaerba automatico che la teneva rigorosamente all'altezza di tre virgola cinque centimetri. Il verde erba - un verde erba così erba che neanche l'erba cresciuta spontanea in natura aveva mai avuto quel colore - era incorniciato dal candore maestoso del marmo. La sua scuola era così, di una bellezza artificiale e sofisticata. Un po' come le famiglie dei ragazzi iscritti.

Alban Khan, un metro e novantuno e i capelli ancora neri, uscì dall'ufficio con un'espressione scura e severa incastrata negli occhi. Declan lo seguì in macchina senza dar segno di provare molto interesse per il motivo di quell'umore, e quando entrò nell'abitacolo lo fece sedendosi al posto del passeggero, proprio accanto al guidatore. Iniziarono a parlare solo dopo il settimo chilometro.

"Sono fuori di me, Declan. - esordì piano. Tendeva ad abbassare la voce quando era (appunto) fuori di sé - non ho idea da chi tu possa aver ripreso questo atteggiamento, né chi possa avertelo insegnato."

Declan non parve ferita. Assente, si era poggiata con la tempia contro il finestrino e osservava il paesaggio urbano che scorreva ai lati della macchina, intenta a occupare il tempo contando i pedoni. Novantaquattro. Novantacinque. Non esisteva un angolo di Jutòu che non fosse stracolmo di gente.

"Ciò che hai fatto non ha giustificazioni. Questa tua compagna di classe, Ashanti..."
"Ashani"
"Ashani. I suoi genitori vogliono farti espellere, lo sai? Ti rendi conto di quanto sia grave? Ti rendi conto di ciò che hai fatto?"
"Io non ho fatto niente"
"Non mentirmi!"

Si mise una ciocca di capelli dietro l'orecchio e sospirò.

"Perché ce l'hai tanto con lei? Santo cielo, Declan: le falsità, la vernice nello shampoo, gli animali morti nell'armadietto..." gli si tagliò la voce nella gola: anche solo a pensarci sentiva il petto stringersi in una morsa.
"Non hanno prove"
"Tutte le ragazzine hanno detto che le hai istigate tu. Che... per dio!"

Alban Khan imprecava con un tale trasporto di rado. La macchina ebbe uno sbalzo lieve di lato, tornando subito in carreggiata. Lui scosse il capo e iniziò la manovra per accostare. A macchina ferma e con un po' di calma recuperata tornò a voltarsi verso la giovanissima figlia.


"Insomma... che ti ha fatto?"


Declan sembrò riluttante. Per un attimo.


"Faccio quello che mi dite voi"


Alban sbatté le palpebre per un attimo senza parole. "Quello che ti diciamo noi?"

"Due anni fa: Declan non fa amicizia, Declan non cerca la compagnia dei suoi coetanei, Declan ha bisogno di socializzare. Stiamo studiando le guerre, a storia. Sai cosa mette insieme i pianeti? I nemici comuni. Prendi un nemico, gli altri si stringono attorno a te contro il nemico comune. Perché devo diventare io come gli altri? Perché gli altri non possono diventare come me?" 

Mentre parlava incassava sempre di più la testa tra le spalle. Aveva le spalle tese, le sopracciglia vicine, gli occhi inquieti di quando si sentiva inadatta. Alban aveva imparato a riconoscere i segni di una crisi prima che scoppiasse. Sospirò a fondo per essere calmo e trasmettere calma. Riportò alla memoria il libro che lo psicologo infantile aveva dato da leggere un anno prima a lui e a sua moglie. Che diceva?

"Declan, noi ti vogliamo bene a pre..."
"A prescindere di tutto. L'ho letto anche io, il concetto chiave nel libro. Pensate che sia strana, che sia un freak. Ma è perché non guardate attentamente. Basta far credere alla gente che sai ciò che stai facendo, e quella ti segue senza batter ciglio. Tutti hanno fatto qualcosa. Il lassativo nel cibo, la vernice nello shampoo, la rana vivisezionata nell'armadietto... io non ho toccato niente. Non ho fatto niente. Vuoi che io diventi come gli altri, perché pensi sia un freak. Guarda adesso: sono tutti come me, sono tutti freak. E' bastato fargli credere che fosse normale."

Non era prima volta che la sua lucidità di vedute lo sorprendeva. Pensò a come articolare una risposta. Ma in realtà non c'era una vera domanda a cui rispondere.

"Noi non pensiamo che tu sia un freak..."
"Non mentirmi!" gli fece eco lei.
"Declan, ascoltami..."
"Non mentirmi!"

Si può dire che Alban Khan non fosse un uomo affettivamente reattivo. Non aveva mai gestito da solo una di quelle crisi e, diciamolo, non era neanche tanto bravo ad evitare che accadessero. Tese le mani verso la ragazzina tentando di afferrarle le braccia, ma ricevette di rimando una scrollata brusca e un grido sorso, continuo, animale. L'ira, tra le proto-emozioni, è forse la più intensa e la più semplice. La vide prendere il possesso di sua figlia, farle battere sul finestrino e farle lanciare il suo zaino contro il parabrezza. La vide prendere a calci il cruscotto e diventare della stessa tonalità dei capelli, e agitarsi in una convulsione irrazionale e disperata, e incontrollabile, e sconvolge, e lui rimase sconvolto e stupefatto dall'idea che un corpo così piccolo potesse contenere tanta voce e tanta rabbia. Non disse niente. La lasciò sfogare per una quantità di tempo indefinita, lunghissima, colmo di orrore. 

Si sentì il cuore in gola. Era una sensazione di cui non si sarebbe mai più liberato.

07/01/13

Jamie (2)


Al sesto piano di un grigio palazzo dei sobborghi più periferici di Capital City, Dylan Jamison Khan dormiva in un letto a muro con un piede sfondato, infilato tra delle lenzuola che non lavava da un mese abbondante e calato in un sonno profondo. L'ostinato trillare del campanello lo trovò vestito sotto le coperte, seppur senza cintura e con la camicia tutta sgualcita. Raggiunse la porta imprecando a mezza voce contro chiunque lo stesse disturbando alle undici di domenica mattina ma, quando occhieggiò dallo spioncino, rimase onestamente perplesso. 

Dall'altra parte c'era Declan Khan. Lei stessa aveva dovuto scavalcare un paio di ostacoli lungo il cammino - nella fattispecie due bambini lerci che giocavano nel bel mezzo del corridoio come cani sciolti -, e ora era ritta davanti alla porta nel suo bel cappotto grigio antracite e con le mani giunte davanti al ventre, in stoica e paziente attesa. Quando Dylan aprì la porta, sbattendo le palpebre un po' incredulo, lei gli sorrise.

Dylan aveva trent'anni, ma a parte un filo di barba sfatta era identico a dieci anni prima, più o meno l'ultima volta in cui lui e sua cugina si erano visti. I capelli di un nero lucido erano della madre, mentre gli occhi azzurri e la linea del viso che si stringeva all'altezza del mento testimoniavano i caratteri genetici dominanti dei Khan.  

"Posso entrare?"

Il ragazzo fece un passo di lato e allargò platealmente un braccio, invitandola ad accomodarsi. Non era tipo da imbarazzarsi per il proprio disordine, ma con il tallone spinse sotto divano un paio di mutande randagio. 

"Ti sei trovato un posto... caratteristico"

Chiaramente era un eufemismo. Innanzi tutto, era un monolocale. In secondo luogo, era tutt'altro che luminoso, e aveva un fastidioso odore di chiuso. Infine, il quartiere era noto per essere quello a più alto tasso di criminalità di tutta la città. Si sarebbe detto che il co-autore di uno dei programmi di informazione più celebri nella regione avrebbe dovuto riuscire a concedersi un posto quantomeno decente, ma lui voleva essere così: tutti quelli che l'avevano conosciuto un po' lo sapevano. In fondo, anche Declan.

"Posso offrirti qualcosa? - chiese lui guardandola con un disagio piuttosto vago. Ricevette un sorriso che sottintendeva come non avrebbe mai accettato niente che si fosse trovato in quella casa. Si passò una mano sulla faccia e tirò su col naso, ancora onestamente assonnato - non ci vediamo da un po', no?"

"Ultimamente recuperare rapporti familiari con persone in grado di notare l'ovvio sembra il leitmotif della mia esistenza" commentò lei con una delicatezza poco interessata. Analizzò il monolocale con attenzione, quindi selezionò una sedia accettabile e vi si accomodò a gambe incrociate, rilassando i muscoli. Diede a Dylan la possibilità di studiarla per un po'. Era una donna diversa da quella che ricordava, almeno in superficie: così come in gioventù appariva sempre fuori posto, adesso il giovane Khan notava una serie di movimenti e rituali atti a mettersi prepotentemente a proprio agio anche in un ambiente che doveva sembrarle così terribilmente ostile. La capacità di osservare... forse anche quella era un tratto genetico. Nonostante ciò, continuava a navigare perduto tra sonno e ignoranza: che ci faceva a casa sua?

"Allora. Come te la passi, Jamie?"

"Mh... - sorrise in maniera sfuggente, arricciando perlopiù le labbra di lato. Non era molto alto, e nessuno l'avrebbe definito propriamente bello: sembrava quasi che la pelle gli si tendesse su ossa troppo grandi, adatte a sostenere un peso ben maggiore dei suoi settantatré chili scarsi. Nonostante ciò, aveva qualcosa. Si avvicinò a un quadrato di scrivania addossata contro un muro coperto di ritagli di articoli e foto, collegati tra loro con fili sottili, di colori diversi. Cercò tra le carte. - gli unici che mi chiamano ancora Jamie siete tuo padre e... voi, della famiglia. Della famiglia di papà - trasse una sigaretta sgualcita e se la infilò tra le labbra, ciancicando una risposta mentre l'accendeva - sto bene, grazie. Lo dico ad un sacco di gente, ultimamente"

"Sì, ho saputo di Darcey. Le mie condoglianze. Te le avrei fatte prima, se ne fossi stata a conoscenza"

"Ne sono sicuro. Alban mi ha detto della vostra lite"

Diretto come un treno, tanto da farle sollevare le sopracciglia in un moto di sorpresa molto lieve, che a lui non sfuggì. Uscire dagli schemi era la sua attività preferita fin da bambino. Ne traeva una gioia pulita e infantile, ed era la qualità che lo rendeva un ottimo giornalista così come un pessimo sottoposto: l'unica cosa certa era che Dylan Khan non avrebbe mai fatto ciò che da lui ci si aspettava. Giocare d'anticipo con lui era impossibile, vedere oltre le sue azioni anche. Dietro il viso chiaro da adolescente si celava l'imperscrutabilità scritta nei suoi geni, combattuta ogni giorno da qualcos'altro, qualcosa di arrogantemente affascinante. Declan lo osservò espirare il fumo e guardarla in attesa impaziente, chiedendosi che cosa fosse.

"Cosa ci fai qui, Lane?"

Declan sorrise. Composta, già a proprio agio, guardava il suo interlocutore con un'aggressività feroce ed elegante. "Tu e Nadja siete gli unici a chiamarmi Lane. - l'eco di lui poco prima - la domanda esatta sarebbe cosa ci fai tu, Jamie. Sparisci per anni mandando solo holo-auguri per l'Exodus Day, ma torni non appena vengo - assottigliò lo sguardo - scortesemente invitata a non presentarmi più nella dimora paterna. Stai circuendo mio padre?"

Ne studiò attentamente l'espressione del viso: lo sconcerto sembrava genuino. Come una tigre appostata dietro i cespugli, Declan sembrava pronta ad afferrargli la giugulare tra i denti. Voleva dare l'impressione di essere a caccia. Dylan colse come, invece, stava proteggendo il territorio che considerava suo.

"Circuendo tuo padre...?" scandì cautamente.

"Non fingere con me, Jamie"

"Non so di cosa tu stia parlando"

Scrollò mezza sigaretta nel posacenere, più o meno: non lo guardò e lo mancò di buone due dita senza nemmeno rendersene conto. Il monolocale era così angusto che il fumo l'aveva già riempito. Lei non ne apparve infastidita.

"Non sai niente del testamento" si assicurò lei, scettica.

"Quale testamento, Lane?"

Notò in lui qualcosa di particolare, una vibrazione sotto i muscoli delle spalle infastidita. Ripercorse a mente le proprie parole con la precisione di una registrazione. Era una reazione alla parola testamento. Valutò le variabili, valutò l'inclinazione delle sue labbra e quanto le palpebre si fossero assottigliate. Aveva avuto un moto di stizza. E ad un certo punto le fu chiaro in cosa risedesse il fascino di Dylan: era un idealista. Accennare a qualcosa di tanto venale come un testamento lo aveva irrigidito come se fosse alle sue orecchie qualcosa di repulsivo. Quella sfacciataggine adolescenziale che si portava addosso era quella di qualcuno convinto che nell'universo esistano ancora valori assoluti, un bene supremo da servire, un destino personale da compiere.

Mentre ancora lui la osservava, Declan si alzò in piedi con grazia e si sistemò il cappotto. Senza aggiungere altro uscì dalla porta di casa sul corridoio, superò i due bambini lerci ancora occupati ad intrattenersi con giocattoli rotti, e tornò senza fretta in strada, dove il suo autista la aspettava.


27/11/12

working class villains



Corona, 8 agosto 2499.

Alban Khan e sua moglie contrattavano da almeno un quarto d'ora.

"Faremo tardi"
"Ci sono andato l'ultima volta"
"Lo sai che sei l'unico che ascolta"
"Non mi ha ascoltato l'ultima volta"
"Statisticamente parlando..."
"Usciamo e basta, faremo tardi"


Louise Nerhu era una donna dallo sguardo accogliente, raddolcito da diciotto anni di esperienza materna insolita e, per molto tempo, poco appagante. Si mise risoluta le mani sui fianchi osservando per qualche istante una bambina di undici anni intenta a giocare a un holo-game di simulazione nel salotto. Aveva i capelli rossi che venivano trasmessi, di generazione in generazione, dalla linea genetica materna di Louise.

"Ogni volta questa storia, è ridicolo" lamentò con un sospiro. Si mise a salire le scale tirandosi sulle caviglie l'elegante abito da sera che indossava. Raggiunta la stanza della figlia maggiore, bussò un paio di volte ed entrò con discrezione, ma senza aspettare l'avanti.

"Lane", chiamò con una certa risolutezza.

"Lane" era seduta a gambe conserte in una morbida poltrona di pelle. Indossava una maglietta delle Shenzen Tigers e i pantaloni di una tuta. La montatura nera degli occhiali da vista nascondeva in parte un viso dai lineamenti morbidi, ma non ancora definitivi.

"Dimmi" la messa a fuoco del suo sguardo attraversò l'holografia parziale al centro della stanza e raggiunse Louise. Era una proiezione muta, la rappresentazione di un cervello umano nel momento di attivazione del suo lobo temporale anteriore. A Louise si strinse appena il cuore, come accadeva ogni volta che sorprendeva sua figlia in attività inusuali per una ragazza della sua età. Declan interruppe la simulazione e rimpicciolì la proiezione olografica senza fretta, ma sfuggendo per un paio d'istanti lo sguardo di sua madre.

"Sei sicura di non voler venire?"
"Sì, sono sicura"
"Mh. Come mai? Esci con Jonathan?"
"Non frequento più Jonathan dall'inizio dell'estate"

Louise spalancò bene gli occhi grandi e tondi mentre qualcosa nello stomaco si attorcigliava.

"Oh, e stai... bene?"
"Perché non dovrei"


L'assoluta neutralità della voce di sua figlia non la lasciava ormai più spiazzata da tempo. Durante l'infanzia avevano pensato ad una forma particolare di Asperger, ma gli specialisti non avevano diagnosticato niente di simile. Ad ogni modo, non era un mistero come avesse giornate buone e giornate meno buone. Nelle giornate buone si sforzava di dare un po' più di espressività alle sue comunicazioni. Louise si chiuse la porta alle spalle e attraversò cautamente la stanza seguita da uno sguardo chiarissimo ed estraneo. Si accomodò all'angolo del letto.

"A maggior ragione, dovresti venire con noi"
"Ho da fare"
"Non puoi rimandare a domani?"
"Preferirei di no"


Louise si lisciò le pieghe sulla gonna del vestito, crucciata.

"Con chi sei uscita queste settimane, se non vedi più Jonathan?"
"Con altre persone"


Declan riavviò il movimento dell'holografia parziale, tornando ad osservare a dimensioni adesso più ridotte l'attività di un comune lobo temporale. Comune, di una persona comune. Della maggior parte delle persone comuni. Gli occhi chiari si fecero assenti, ma Louise sentì l'impazienza della figlia senza troppi sforzi. Voleva se ne andasse.

"Ci sono ragazzi della tua età con cui ti potrebbe piacere parlare"
"Non conosco praticamente nessuno"
"Puoi fare conoscenza. Il figlio sedicenne dei Keynard partirà per l'università, questo semestre. Andrà a studiare giurisprudenza"
"William Keynard?"
"Proprio lui, lo conosci?"
"Di nome. Non mi interessa"
"Il figlio dei Carter?"
"Quale?"

"Non lo so... - ce ne erano così tanti - Holden Carter?"

Declan sbattè le palpebre un'unica volta, lievemente seccata. Spense l'holoproiezione e scivolò verso l'armadio, spalancando le due ante. Aveva una notevole quantità di vestiti, ma indossava regolarmente forse tre, quattro capi. Tutti rigorosamente neri.

"Avete cenato con i Collins cinque settimane fa e mi avete parlato di tre fratelli"
"Sì, Holden dovrebbe essere il più giovane"
"Avete detto Heathcliff, Herbert e Holden. Il primo laureato in medicina, il secondo economista e probabile erede dell'impero Collins e il terzo adolescente che da grande vuole fare il
- storse le labbra - musicista"

Louise ascoltò attentamente, piegò le labbra al disprezzo con cui pronunciava la parola "adolescente". E' un'adolescente anche lei, pensò. Anagraficamente, si corresse. Poi si corresse di nuovo: la misantropia galoppante era evidentemente un segno dell'età.

"Qual è il problema?"
"Ce ne sono vari. Il primo è che non mi sembrano persone interessanti
- selezionò una camicia nera e un paio di pantaloni dello stesso colore. Si infilò dietrò il paravento di carta velina lavorata e iniziò a cambiarsi - il secondo è che tra tutti e tre hai pensato che potessi essere più vicina al figlio di ricca famiglia che disprezza le sue origini e si sente incompreso dal mondo. - era brava ad indovinare, o perlomeno lo sembrava. In verità la metà dei figli degli amici dei suoi genitori non era troppo dissimile da Holden Carter. - la dice lunga sull'idea che hai di me"
"E' difficile avere un'idea di te, Lane, non comunichi molto."
"Penso di comunicare il giusto"
"Gli altri due, non ti stanno simpatici neanche quelli?"
"Non è una questione di simpatia"
"Non li trovi interessanti, allora. Heathcliff?"
"E' un medico..."
"E quindi?"
Louise si sentì leggermente offesa.
"Niente"
, rispose Declan, evasiva. Intanto pensava: è un medico - anni di sacrifici, orari disumani, notti insonni per occuparsi del benesse altrui. Un filantropo. 'Un filantropo', nella sua considerazione, non era un complimento.
"Herbert Carter, allora? - ritentò esausta Louise - non l'hai anche conosciuto? Cos'hai contro Herbert Carter?"
"E'... composto"
"E' composto".
La faccenda assumeva tonalità ridicole.
"Sempre opportuno, cordiale, preparato. Composto" elencò Declan di nuovo, atona.
"Quanto ci hai parlato, per curiosità?"
"Quindici minuti, circa. E' molto bello"
"Bene, è bello... è sufficiente, no?"
"Ma si è laureato in economia"
, un serio problema. Declan emerse dal paravento senza occhiali, vestita.
"Non ti va bene neanche chi si laurea in economia?"
"E' una materia poco interessante"
"Abbiamo escluso anche quella, allora. Cosa manca? Tra due settimane chiuderanno le iscrizioni ai test di ingresso di tutte le università di un certo rilievo"
le ricordò. Lei e Alban lo facevano ormai una volta al giorno, a turni.
"Non ho ancora deciso"
"Non hai una preferenza?"
"Alcune"
"Dovresti vestirti elegante..."
. Per un attimo ci sperò.
"Non vengo con voi, stanno venendo a prendermi"
"Chi?"
"Quelli con cui esco"
"Che sarebbero?"
"Non li conosci"

Declan si infilò in tasca la carta di credito - niente si pagava in contanti, su Corona - e imboccò la porta, mentre Louise rimase seduta sul letto sconfitta. Alban Khan intercettò la maggiore delle figlie più o meno alla fine delle scale interne alla casa, impettendosi un minimo.
"Vieni con noi, allora?"
"No"
"Dove vai?"
"Esco"
"Con Jonathan?"
"No"


Infilò spedita la seconda porta. Mentre scendeva due a due i gradini che l'avrebbero portata nell'ampio giardino e poi al cancello principale, Nadja Khan si affacciò dalla porta piroettando su se stessa per mostrare il bel vestito che avrebbe indossato quella sera.

"Lane, come sto?"
"Non ho tempo"
"Lane, dai! Come sto?"
cercò di strapparle un complimento, vanitosa.

Declan espirò dalle narici, si fermò in fondo alla rampa e si voltò. La guardò con attenzione inespressiva.

"Come chiunque altro"


Poi, prevedibilmente, uscì dal portone e accelerò lungo il vialetto, puntando sulla macchina che la aspettava fuori dal cancello.


* * *


"Oh, eccola"
"Ce l'ha fatta... Fitz, spostati dietro"
"Perché devo spostarmi io?"
"Sta zitto e spostati"

Fitz scrollò le spalle ed eseguì, non senza borbottare una qualche imprecazione generica: scivolò tra i sedili anteriori fino ad atterrare in mezzo a quelli posteriori, beccandosi un paio schiaffi sulla nuca da Gae. Stavano ragionevolmente stretti: la macchina era vecchia e malmessa, usata da almeno tre padroni diversi prima di giungere all'attuale. Puzzava anche, costantemente e di un odore non decifrabile. Declan si infilò al posto del passeggero, accanto al guidatore. Il guidatore (Avery Blake, detto Blake, venticinque anni, fisico da giocatore di Piramyd e pelle abbronzata dal lavoro come giardiniere in una tenuta vicina, con i capelli lunghezza robelle e gli occhi verdi) si sporse leggermente verso di lei, rivolgendole un sorriso bieco che gli tagliava la faccia a metà. Lei continuò a fissare davanti a sé, allacciando la safety belt.

"Muoviamoci, Blake"
"La signorina Khan ha fretta?"
"L'avete portato?"


Declan guardò nello specchietto retrovisore Fitz che sorrideva e sollevava i pollici. Ventidue anni, puliva le piscine dei ricchi e le tubature delle loro mogli annoiate. Jason Hudson, venticinque anni, cacciato con disonore dall'esercito alleato per aggressione e percosse verso un suo superiore, attualmente disoccupato e in visita su Corona per un qualche tipo di "ingaggio" non meglio definito. Gae Wong, ventuno anni, vita sottile e lineamenti orientali, sul pianeta per cercar lavoro da modella e come sempre era già avanzatamente brilla all'inizio della serata. Passò alla nuova arrivata una lattina di vino sintetico. In fondo distribuire le lattine era più o meno quello che avrebbe fatto più tardi nella vita.

Declan se l'aprì e iniziò a bere, mentre Blake avviava il motore e partiva verso le tenute boschive riservate alla caccia. Non era stagione di caccia, in realtà, ma non vi erano a Corona altri luoghi buoni per esercitarsi a sparare.

Arrivati alla fine di uno sterrato al centro di un'ampia radura circondata dal bosco, gli altri uscirono dalla macchina facendo chiasso. Declan rimase al suo posto con le gambe incrociate. Si sfilò una sigaretta dalla tasca e se la mise tra le labbra. Jason si affacciò dal retro dell'abitacolo, che non aveva lasciato. Le porse il fuoco di uno zippo, rimanendo poi poggiato con i gomiti ai sedili anteriori.

"Pronta?"
. Glielo chiese vicino al viso.
Declan sorrise ed espirò il fumo dalle labbra. I fari della macchina erano l'unica cosa ad aprire il buio che li circondava. Sparsi nella radura, Blake e Fitz iniziarono a cantare Major Tom mentre Gae teneva il tempo con le mani, o perlomeno ci provava.
"Sempre". Vide nello specchietto retrovisore Jason che si ritraeva per andare a pescare qualcosa dal bagagliaio coperto. L'acciaio del fucile scintillò per un attimo.
"Te lo ricordi come ti ho detto che si fa?". Jason le sfilò la sigaretta dalle labbra e la spense nel posacenere della macchina mentre lei apriva il finestrino e scivolava al posto del guidatore. Quello che dava sulla radura. Prese il fucile con delicatezza. Sentirne il peso le fece venire la pelle d'oca. Sorrise mentre se lo poggiava contro la spalla, puntando la canna fuori dal finestrino. Jason scavalcò i sedili e si mise accanto a lei, dietro di lei, attaccato a lei. Ne sistemò la postura mentre lei guardava nel buio rischiarato appena da una luna pigra. Poteva vedere le cime degli alberi. Faceva caldo. Gae era caduta per terra e rideva tenendosi la pancia con le mani.
"Te lo ricordi?" ripetè lui. Declan ne sentì il respiro addosso.
"Gli occhi nel mirino, i muscoli leggermente rigidi. Pronta al rinculo. Lo so."
"Dove miri?"
"L'albero grande"
. Trenta metri, un bersaglio ingombrante e ragionevole. Jason le passò le labbra sul collo bianco mentre lei sistemava la canna sulla linea retta che conduceva all'albero.
"Ridimmela - chiese lei piano, concentrata - quella cosa che recitavate nell'esercito. Ridimmela". Lui sorrise.
"Io non miro con la mia mano - iniziò a sussurrarle nell'orecchio - colui che mira con la mano ha dimenticato il volto di suo padre".
Declan fece scivolare lo sguardo di lato, ma attraverso il mirino. Fitz continuava a cantare and the stars look very different today; Blake aveva per qualche motivo il fiatone e si reggeva con le mani sulle ginocchia.
"Io miro con gli occhi - le passo le labbra asciutte dietro l'orecchio - Io non sparo con la mia mano. - le baciò la linea del viso - colui che spara con la mano ha dimenticato il volto di suo padre - scese sul collo - io sparo con la mente"
Declan corresse appena la mira: nessuno fa centro al primo colpo. Mise la schiena di Blake al centro del mirino, ripetendo a mente: io non uccido con la mia pistola.
Lui continuò, non si era accorto di niente: "io non uccido con la mia pistola. Colui che uccide con la pistola ha dimenticato il volto di suo padre" passò le labbra sulla sua nuca, provocandole un brivido. Era solo un gioco, tra loro due. Ogni tanto ci vuole un po' di adrenalina. Ogni tanto mi ci vuole una rossa, e a lei ogni tanto a lei ci vuole qualcuno che le faccia sentire che vuol dire avere un uomo, e non un lacchè. Erano bravate da ragazzi. Era sesso, o quantomeno qualcosa di pseudoerotico. Era roba per passare il tempo in una vita mortalmente noiosa. La noia ti uccide, lei lo ripeteva spesso.
"Io uccido con il cuore" terminò.
Si sentì il fragore dello sparo a due miglia di distanza. Coprì l'urlo spaventato di Gae e tutte le bestemmie che riuscì a vomitare Fitz in un paio di secondi. Blake era caduto per terra e respirava in modo affannato reggendosi una gamba. Anche Jason imprecò e si precipitò fuori dalla macchina, correndo verso il caduto. Lei tenne gli occhi spalancati, fissi sulla scena, vittima di un'estasi incredula. Blake urlava figlidiputtana ai quattro venti mentre Jason le faceva ampi gesti per metterle fretta e farle spostare la macchina più vicino, dove avrebbero potuto caricarlo facilmente e portarlo in ospedale. Quando vide che non rispondeva, che aveva gli occhi ipnotizzati dal ragazzo agonizzante a terra, andò verso di lei e sfilò il fucile dal finestrino, tenendolo puntato contro il terreno. Vide che le mani le tremavano forte.

"Che cazzo di merda hai in testa?" le chiese tagliando le parole come si faceva nei sobborghi periferici di Manhattan.
"Niente - rispose lei, titubante - niente" ripetè almeno due volte. Riuscendo a trovare a stento il volante, avvicinò la macchina al gruppo e fece caricare Blake sul retro. Si girò a guardarlo. Non era una ferita grave, ma il pantalone era ugualmente zuppo di sangue. Si soffermò a valutare la faccia sofferente del ragazzo, per un attimo confusa, per un attimo esaltata.

"Parti, cazzo"
, urlò Jason.
"Parti, cazzo!" gli fece eco Gae, più stridula.

Partì.

31/01/12

Equazioni artistiche



Quando ero piccola, odiavo suonare. Iniziai ad otto anni ad essere sguita da uno dei migliori insegnanti di pianoforte di Jutòu. Mi esercitavo due ore al giorno ed ero in grado di eseguire tutti i pezzi con precisione e puntualità, tanto da suscitare l'approvazione del mio maestro.

I problemi iniziarono ad esserci più tardi, quando iniziarono a dirmi che avrei dovuto fare un salto di qualità: la mia esecuzione era ottima, dicevano, ma avrei dovuto metterci più sentimento. Ricordo di aver chiesto loro cosa intendessero, per "metterci più sentimento", e di aver ricevuto risposte altrettanto criptiche: "non ascoltare solo la musica - dicevano - prova a sentirla."
Prova a sentirla come senti l'acqua sulla pelle sotto la doccia, prova a sentirla come se fosse elettricità. La musica non parte dai tasti che premi sul pianoforte, né dalle dita, né dalle mani. La musica non è la corretta angolazione dei palmi, la musica deve venirti dal petto. Se suoni un pezzo triste, senti quella tristezza. Se esegui un allegretto, sorridi, e se sei alle prese con un adagio chiudi gli occhi ogni tanto, prova a scivolarci sopra.

Ho una buona memoria. Ricordo ognuna delle cose che mi vennero dette, e ricordo anche il lieve senso di frustrazione quando, pur tentando, non riuscivo a sentire la musica né a scivolare sulle note, producendo un'esecuzione perfetta ma priva di passione.

Kian Aberdeen. Il mio secondo insegnante di pianoforte dopo il trasferimento ad Afghana, un uomo grigio e impaziente. Fu lui, quando avevo sedici anni, a decidere di smettere di seguirmi, perché del tutto incapace di raggiungere quel grado di imperfezione che esigeva, quella capacità di sporcare le note con ricordi e sentimenti che, a quanto pare, mi mancava più che a nessun altro.

Dopo il suo allontanamento - che vissi intimamente come un abbandono - riflettei a lungo su cosa fare. Inizai ad osservare le riproduzioni olografiche di grandi concertisti, studiandone da vicino i volti e le mani, cercando di capire da dove venisse quella scintilla di cui io tanto difettavo. Cercavo una tecnica, qualcosa da classificare e imitare. E se non trovai niente nei volti di quegli uomini così trasportati dal loro prodotto, ottenni ciò che volevo nell'ascoltare più volte il ritmo inconfondibile di ogni pezzo, il selciato ideale in cui tornava ogni virtuosismo, l'esatta costruzione dell'andamento armonico.

Così, mentre cercavo la musica, trovai la matematica. L'applicazione divenne studio teorico: il temperamento equabile, il ciclo delle quinte, la suddivisione dei toni su una linea logaritmica e le frequenze, e lo studio teorico che tornò all'applicazione e mi regalò, finalmente, quello spirito che fino a quel momento mi era mancato.

Penso che fu in quel momento che mi resi conto di poter fare qualsiasi cosa avessi mai desiderato.

E ora guardo le luci di Capital City sotto un cielo scuro, immaginando i tentacoli di un incrociatore pesante che si protendono verso decine di medium e light cruiser, pompando dentro di loro la forza vitale della tecnologia.

Senza la matematica, niente di tutto ciò sarebbe possibile.

E io sento sulla pelle come, nel mio piccolo, sto aiutando l'Universo a ridimensionare la mano di Dio.


28/01/12

Rajan Kapoor



Le tue ex, adesso?

Le mie ex?

Sì, inizia dall'ultima e va indietro in ordine cronologico: tanto vale fare questo discorso subito, no?

Sei seria?

Ovviamente.

Mmh... d'accordo. Dall'ultima, quindi?

Sì, avanti.

Ok. Allora... che ne so, come si fa?

Nome, quando, come l'hai conosciuta, quanto tempo ci sei stato insieme e perché è finita.

D'accordo, d'accordo. L'ultima... prima di te, no?

Spiritoso. Avanti.

D'accordo. Allora, l'ultima immagino sia stata... Rebecca, fino a... cinque mesi fa? Ci siamo lasciati perché... be', perché aveva qualcosa con un mio collega di lavoro, in verità.

Terribile.

Abbastanza... soprattutto perché la conobbi ad un meeting di lavoro. Niente di serio, però: qualche mese insieme.

D'accordo... prima di lei?

Non ricordo...

E vuoi che ci creda?

Suppongo di no... prima di lei una musicista di Lòng City, Jolene. La conobbi tramite amici, era a New London per una serie di concerti con un quartetto d'archi. Non ricordo bene come finì, ma devo dire che mi tirò fuori da un periodo difficile"

"Un periodo difficile in che modo?"

"Una brutta rottura"

"Con?"

"Devo davvero continuare?"

"Avanti Raj, con chi?"

"Declan Khan"

"E chi è?"

"Un ingegnere che lavorava con me alla Blue Sun"

"Che tipo era?"

"Era... non so, è una domanda difficile. Era molto dedicata al lavoro, intelligente... ma non le interessava molto altro. In verità, spesso avevo la sensazione che le interessassi poco anche io"

"Cosa te lo fa dire?"

"Non so... stettimo insieme un anno, in cui provai decine di volte a... a fare un passo avanti. A presentarla alla mia famiglia, a fare un viaggio insieme, a iniziare a convivere... ma ogni volta che mi facevo avanti mi diceva che non era il momento migliore, che aveva da fare con il lavoro. Quando le dissi che volevo rompere non sembrò neanche un po' colpita, né sorpresa, né... be'. Era una persona molto fredda, suppongo che per i mesi successivi mi sia sentito semplicemente... arrabbiato. Ci misi un po' a riprendermi"

"Per questo la musicista ti cambiò la vita?"

"Non è quello che ho detto..."

"Devo preoccuparmi di questa Jolene, Raj?"

"Stupida..."