04/11/12

blondie runs like hell

Seduto per la prima volta in vita sua sul sedile posteriore di una macchina di lusso e con una manciata di capelli bianchi in più di quando erano partiti, David Rothman guardò con estremo sollievo il trentenne biondo scendere dalla macchina e salutare Declan Khan. Ci mise un po' a realizzare di non essere più in pericolo ma, quando lo fece, lasciò le maniglie interne degli sportelli che aveva afferrato con tanta veemenza in attesa di un incidente e uscì dalla macchina vagamente barcollante, facendo il giro da dietro e aprendo la porta a Declan Khan, in modo che potesse tornare sul sedile posteriore.

"Si sente bene, mister Rothman?" chiese lei sorridendo, e Dave fu sicuro di sentire un intento canzonatorio nel suo tono di voce.
"Il suo amico... corre molto, miss Khan"
"Immagino di sì. Abbia pazienza, l'onda adrenalinica... del resto ha passato la serata a sfondare muri"

Sembrava preoccupantemente letterale. Dave non fece altre domande, si assicurò che Khan fosse uscita e rientrata in macchina e chiuse lo sportello di dietro, tornando al posto di guida. Prima di sedersi in macchina si sistemò la cravatta, cercando di recuperare un certo tono.

"La porto a casa?"
"Suppongo di sì... che ore sono?"
"Le tre e dodici, miss Khan"
"Così tardi?"
"Temo di sì"
"Direi a casa, allora. E' stata una giornata stancante"


Dave mise in moto e si propose di andare piano piano. E così fece: fu un viaggio estenuantemente lungo e incredibilmente sicuro, fino sotto l'alto grattacielo dove viveva lei.

"Buonanotte, mister Rothman"
"Altrettanto, miss Khan. A che ora vengo a prenderla domani?"
"Alle otto, come sempre. Se non ci sono problemi."


Dave guardò l'orologio della macchina. Segnava le tre e cinquanta.

"Nessun problema, miss Khan"

02/11/12

twenty items

Declan Khan arrivò al suo appuntamento settimanale perfettamente in orario. Era il secondo terapeuta che cambiava nel giro di due anni, e a breve avrebbe dovuto riprendere i contatti con quello di Capital City. Adam Naday era indubbiamente il professionista più stimato e più costoso di tutta Sadrany, ma lei ci aveva messo almeno otto sedute ad abituarsi a lui. Ritornare sui ritmi e il tenore intellettuale di Simon Harberg avrebbe richiesto altri sforzi. Riflettè riportando alla memoria le differenze culturali tra i due uomini. Harberg aveva due lauree e una formazione preuniversitaria prettamente umanistica. Il suo approccio alla terapia era principalmente emozionale, ma le sue chiacchiere retoriche erano splendidamente condite dalla sua vasta cultura. Utilizzava spesso aneddoti complicati, che Declan aveva imparato a sciogliere solo dopo un po'. La poca chiarezza della sua terapia l'aveva infastidita, a volte, ma l'interesse per i suoi complicati indovinelli psicologici l'aveva spinta a tornare ogni settimana. Naday era completamente diverso. Il suo approccio era tecnico, il suo strumento la logica. Se Harberg si dilungava in un approccio maieutico, Naday viveva ogni deduzione come una sua personale conquista. Alcune sedute erano sembrate una sfida a chi fosse più intelligente. Ma Declan, ormai, si era abituata, e tornare a doversi adattare agli stancanti sproloqui di Harberg le sembrava un'idea insopportabile. Entrò nello studio alla fine di quel pensiero.

"Dottor Naday."
"Miss Khan, buonasera. Come sta oggi?"
"Discretamente. Lei, invece?"
"Non male, la ringrazio."


Declan si tolse il cappotto e sedette al lato del divano, come al solito vicina alla finestra. Naday versò due bicchieri d'acqua liscia e gliene porse uno, andando poi ad accomodarsi sulla sua poltrona.

"Vogliamo riprendere da dove ci eravamo interrotti l'ultima volta?"
"Se così crede, certo."


Continuarono quindi a parlare di Roberts. Roberts era stato il primo di una lunga serie di analisti assegnati al progetto Deep Mind che Declan aveva fatto licenziare. Tutti uomini giovani e da poco assegnati al progetto, scarsamente adeguati ai carichi di lavoro che esso richiedeva e poco disposti a fare sacrifici. Di tutti, Roberts era probabilmente l'unico che si sarebbe potuto salvare. Aveva le spalle più coperte di altri, era più bravo di altri. Aveva avuto una serie di intuizioni interessanti che avrebbero potuto dare una svolta al progetto e che facevano spesso soprassedere sulla sua condotta non esemplare in materia di orari di lavoro. Ma non la rispettava. Dal quando l'ex CEO della Blue Sun Capital City aveva messo piede nella base, aveva insistentemente mirato a minarne l'autorità.

"Provocai un crash temporaneo dei server e fabbricai delle prove che dimostravano la sua responsabilità" si ritrovò a dire dimenticandosi di dare la giusta intonazione rammaricata alla voce. Si guardava le unghie, mentre parlava, e rifletteva ancora su Deep Mind. Erano mesi che non pensava ad altro. Anche mentre faceva altre cose.
"Quale fu la sua reazione?"
"Non ero presente quando fu mandato via, ovviamente. Mi riferirono tuttavia che non fu un passaggio... semplice"
"E lei, invece? Come si sentì?"
"Normalmente, suppongo"
"Ha accennato al fatto che quest'uomo, Roberts... fosse un analista in grado di dare qualcosa al progetto. Non pensò che il suo allontanamento avrebbe potuto danneggiare il progetto?"

"Brevemente. Ma valutai che il mio apporto avrebbe potuto sostituirlo facilmente"
"Non era così bravo, quindi?"
"Non quanto me"
"Non prova rimorso?"

"Dovrei? Qualsiasi persona cerebralmente normodotata avrebbe capito ciò a cui andava incontro"
"Quindi ritiene che Roberts si sia meritato ciò che gli è accaduto?"


Declan Khan alzò lo sguardo chiarissimo su di lui, illuminata da un'intuizione, o forse da uno spiacevole senso di deja-vu. Naday la vide farsi improvvisamente più rigida e più tesa, come una preda che ha intravisto il proprio predatore tra i cespugli. Imprudentemente, andò avanti sulla stessa strada.

"Non temette di essere scoperta dai suoi altri colleghi?"

Declan sorrise in maniera sottile, sarcastica.

"Dovrebbe forse trovare un modo più discreto"
"Mi scusi?"
"Venti items, otto legati al fattore uno. E' riuscito a confermare con quattro domande il secondo, il terzo, il quinto, il settimo e l'ottavo"
"Lei ha familiarità con il PCL-R?"

Declan sbuffò un sorriso sarcastico e spostò lo sguardo di lato.

"Lei è a conoscenza della sua condizione? Le è stata già diagnosticata prima d'ora?"

Declan si alzò in piedi, con l'improvvisa urgenza di uscire da quello studio. Naday si alzò dopo di lei.

"Miss Khan, la prego... ritengo che dovremmo parlarne più a fondo, pensare ad un percorso di..."
"Mi faccia il piacere"
"... un percorso di cura, magari affiancare alla terapia una prescrizione che..."
"E' la mia ultima seduta con lei"
"Miss Khan..."


Ma non volle sentire ragioni. Uscì rapidamente dello studio e invece di aspettare l'ascensore prese le scale. Tornare a Capital City si era improvvisamente trasformata in un'impellente esigenza. Avrebbe prenotato il viaggio quella sera stessa.

01/11/12

Semicrome



La prima cosa che pensò quando chiuse lo sportello, fu che Declan Khan era probabilmente l'unica persona al mondo in grado di chiudere l'ombrello entrando in macchina calcolando perfettamente i movimenti necessari a passare dal primo riparo al secondo, senza prendere neanche una goccia d'acqua. Lui, decisamente meno abile, tornò nell'abitacolo della Laoyin blu metallizzato con i capelli umidi.

"Buonasera mister Rothman"
"Buonasera miss Khan. Dove la porto?"
"Diriga pure verso casa"

Lui avviò il motore e lei si sfilò il cappotto. Dopo circa cinque minuti iniziò a sentire fresco. Si accigliò appena e si sporse sui sedili posteriori. Rothman tenne gli occhi sulla strada, ma avrebbe voluto chiederle cosa stesse facendo.

"Ha cambiato le impostazioni della climatizzazione?"
"Sì, oggi era caldo... è un problema?"
"No. Le sarei però grata se circa trenta minuti prima di venirmi a prendere le reimpostasse"
"Certo... mi scusi, lo faccio subito"

Alzò di quel paio di gradi di differenza il climatizzatore interno e l'abitacolo si riscaldò presto. Declan Khan non disse niente. La guardò nello specchietto retrovisore mentre rilassava la schiena e si puntava due dita ai lati del setto nasale, strofinandosi gli angoli interni degli occhi, passando poi a massaggiarsi le tempie. In qualche modo, Dave fu rassicurato dal sapere che anche lei si stancava.

Era notte, del resto. Aveva sentito dire che a Capital City, come a Xinhion, non era mai veramente notte. Ma le strade erano indubbiamente più sgombre, e non sarebbero bastate tutte le insegne luminose del Core per rendere quel silenzio meno desolante. Ricordò le strade dei quartieri intorno alle fabbriche di Labour Town, quando era ancora un ragazzino e non lavorava dodici ore al giorno. Quando pioveva l'asfalto spaccato e irregolare diventava quasi brillante sotto la luna. Ci si era sbucciato le ginocchia mille volte, finché non aveva imparato a conoscere ogni buca tanto bene da poterla chiamare per nome. Le strade di Capital City erano più lisce, senza scossoni. Proprio come la vita che tanto voleva.

"Le piace la musica, Rothman?"
"Suppongo di sì, miss Khan"
"Suppone?"
"Non ho occasione di sentirla tanto spesso quanto vorrei... il poco tempo, suppongo"
"Curioso"
"Mi scusi?"
"In fondo passa in macchina gran parte del suo tempo, si direbbe che dispone di tutto il tempo di cui ha bisogno"
"Non nella mia macchina, miss Khan"

Non guardò nello specchietto retrovisore perché sapeva che lei se ne sarebbe accorta. Non disse altro, ma strinse le mani attorno al volante.

"Può passarmi..."
"Cosa?"
"L'audiocomando..."
"Quale..."
"No, alla sua destra... più a des... no"
"Questo?"
"E' l'accendino... l'audiocomando, invece, alla sua destra"
"Allora..."
"Sì, quel..."
"Questo?"
"Sì"

Declan sospirò e riportò il busto sullo schienale di pelle morbida. Scorse il touchpad dell'audiocomando alla ricerca della traccia che aveva in mente. Un attimo dopo, si diffuse nell'abitacolo intero il suono delicato di un Chiaro di Luna eseguito da uno dei più noti pianisti di Elèria. Gettò il capo all'indietro in maniera composta e chiuse gli occhi, muovendo le dita sottili a sfiorare le proprie ginocchia come fossero i tasti di un pianoforte.

Quando la musica finì erano ormai arrivati sotto l'alto grattacielo dove risiedeva. Restituì il telecomando in modo che Rothman potesse riporlo prima di andare a parcheggiare nel garage interno.

"La aspetto quindi domani alle otto"
"Sarò puntuale"
"La ringrazio. Le auguro una buona notte, mister Rothman"
"Buonanotte a lei, miss Khan"
 
Lui fece il giro della macchina dalla parte di dietro e andò ad aprirle lo sportello. La vide aprire l'ombrello un attimo prima che anche una singola goccia la bagnasse e guardò distrattamente il portiere di notte sorriderle garbatamente e aprirle la porta. Si chiese se Declan Khan fosse semplicemente quello: la CEO di una corporation che non aveva mai trovato una porta chiusa.

honesty for the cheater

Marzo 2514, Elèria

L'accompagnatore di Nadja si chiama questa volta Trey Montgomery, è un giocatore di Pyramid di serie B. Alto, con le spalle e le braccia piene, i capelli biondi a spazzola e il viso sornione e rubizzo. Ha un senso dell'umorismo becero e fastidioso, e guarda ogni cosa come se volesse mangiarla. Il pranzo quadrimestrale che raccoglie tutti i Khan e tutti i Nerhu è stato anticipato in occasione della mia visita a Gandhi, per festeggiare la mia recente promozione a CEO e il conquistato stato giuridico di skyplex per la BSS1.

Jordan racconta storie di guerra, come al solito. Esprime il suo disappunto dicendo che per lei gli skyplex non dovrebbero esistere, che l'Alleanza ha conquistato il rim ma ancora non riesce ad estendere la sua giurisdizione ovunque. Il resto dei parenti mi chiede informazioni che do in modo gentile e asciutto, sapendo perfettamente che non capiscono le mie risposte. Louise, mia madre, è la prima ad annuire senza sapere minimamente ciò di cui sto parlando, sforzandosi di credere alle menzogne che ho rifilato ai giornali: che la BSS1 porterà il progresso nel rim, che l'ho fatto guidata da ideali perfettamente in sintonia con i grandi obiettivi dell'Unione. Mio padre non ci casca e infatti sta in silenzio, in disparte, cupo come suo solito, con quello sguardo severo che mi ha seguito fin da bambina. Sta invecchiando, mi rendo conto. Lo osservo da lontano, e finalmente ci mettiamo a tavola.

Ma non ho fortuna. Resto intrappolata tra la sorella di mia madre, Nadja e il suo nuovo acquisto, Jordan e Shoonaj, il suo compagno da un anno a questa parte. Mangiamo continuando a parlare e io bevo curandomi di non darlo troppo a vedere. Lo fa anche Jordan. Lo fa soprattutto Nadja, lasciandosi andare in risate brevi e acute che terminano in sospiri trasognati quando poggia la testa sulla spalla del giocatore di Pyramid di serie B. Che intanto parla con me delle Shenzen Tigers, degli Starship Troopers che gli avrebbero fatto una fantomatica offerta, di Pyramid e poi di se stesso, e poi di nuovo di Pyramid. Io lo ascolto a stento, rispondendogli quando devo, chiedendomi quante cose più proficue potrei fare in questo lasso di tempo.

Ariel, mia zia, poggia la sua mano ossuta e smaltata sulla mia, mi sorride a labbra strette, un labirinto di rughe sottili le decora i lati degli occhi.

"Ma allora, Declan cara - mi dice dolcemente, non nascondendo una vaga apprensione nel tono - il lavoro ti sta forse distogliendo dalla tua vita privata? Hai trovato un uomo onesto, a Capital City?"

Chiudo gli occhi e inspiro a fondo, valutando una possibile risposta non brusca. Nadja è più rapida di me nel replicare, e non si zittisce neanche quando spalanco gli occhi su di lei, fissandola. Curioso: quando era piccola bastava questo gesto.

"Lane non è mai stata una tipa da avere uomini, zia... - spiega quasi stridula, come solo l'alcol la rende. Si poggia ancora al braccio del suo giocatore di Pyramid. E' esteticamente volgare quando lo fa: sembra quasi che le manchi una spina dorsale propria - e più una solitaria, per scelta... altrui" e ride in modo quasi squillante.

Ariel continua a tenere la mano sulla mia, nonostante io resti immobile. "E' così, Declan? Hai mai pensato a trovare un modo per dimostrarti più... disponibile? Proponendoti ogni tanto, forse?"

"Ti ringrazio, Ariel... non ho problemi"

"Fidati, nessuno lo sa meglio di me: più si va avanti con gli anni, più diventa difficile trovarsi un uomo da tenere accanto, uno valido. Senza compromettere la propria indipendenza, certo, ma è sempre piacevole avere qualcuno da cui tornare alla fine della giornata..."

"Lane... - di nuovo Nadja. Non la guardo questa volta, tenendo gli occhi fissi sul mio bicchiere di vino. Il sesto, credo. Eppure non sento nebbia - Lane ha i suoi cani da cui tornare. Dovresti vederli zia, il contrario di come dovrebbe essere un cane... una volta uno mi ha quasi staccato il braccio - e ride di nuovo. Mia zia e il suo fidanzato ridono anche loro, considerandola evidentemente una battuta - e i suoi psicoterapeuti, ovviamente. E' sempre stata un po' matta... sembra vada di pari passo con il genio"

"Oh, Declan, vedi un terapeuta? Gli hai già parlato dei tuoi problemi a legarti? Ti ha aiutato?"

Conto. Me lo insegnò il primo di quei terapeuti, a contare fino a dieci prima di avere qualsiasi reazione di ogni tipo.

"A ciascuno il suo suppongo - chi prendo in giro, arrivo appena al terzo secondo - preferisco restare concentrata sul lavoro. Nadja ha sicuramente più successo di me, in questo campo"

E Nadja sorride, gli occhi le brillano sognanti mentre li porta verso il suo giocatore di Pyramid.

"Anche se ovviamente, il rovescio della medaglia c'è per tutti. Non sei stata allontanata dalla scuola di medicina?" chiedo, e i suoi bei grandi occhi azzurri tornano su di me. Con i suoi, anche quelli del resto della famiglia. Di mia madre. Di mio padre anche: "volevo comunque dirti che puoi restituirmi quando vuoi i venticinquemila dollari che ti ho prestato, senza interessi ovviamente... spero soltanto siano stati utili a risolvere la questione in sospeso con quel tuo ex, su quel video... non ci si può proprio più fidare di nessuno oggi giorno. - sospiro, andando ad avvicinare l'ennesimo bicchiere di vino alle labbra, mentre fermo lo sguardo sul giocatore di Pyramid, gli occhi di mia sorella che tremano - e mi dispiace che sia dovuto arrivare fin qui per scoprirlo, Trey, ma le voci che dicono che sia nelle mie intenzioni comprare una squadra di pyramid sono decisamente esagerate... mi sembrava giusto dirglielo ora, per non farle perdere tempo che potrebbe sicuramente investire meglio."

Nadja si alza. Si alza tremando come una foglia, gli occhi pieni di lacrime da ubriaca. La guardo direttamente - come tutto il resto della tavolata - bevendo quel sorso di vino. Sono stata coscientemente inelegante. Non mi capitava da un po'.

Nadja mi dice che sono malvagia. Mi dice che sono cattiva, ingiusta, che lo sono sempre stata. Urla di fronte a tutti che c'è qualcosa di sbagliato in me, che mi rende sadica e crudele. Dice che è dentro di me da quando sono nata, da quando i miei iniziarono a nascondere il fatto che uccidevo i nostri animali domestici per guardarli mentre morivano. Che nonostante tutti i miei successi non avevo nessuno che mi amasse, neanche la mia famiglia, perché amare me è impossibile, frustrante e inutile. Perché io non amo che me stessa e i miei progetti, perché in me non c'è niente che si predispone per accogliere gli altri, per piacere. Dice: "per quanto possa essere storta io, tu resterai sempre quella sola, perché dentro di te c'è solo il vuoto".

Esce dalla stanza piangendo, lasciando tutti attoniti. Louise si alza per seguirla, dedicandomi uno sguardo gelido e spaventato.

Mio padre si alza. Si sistema la giacca, dice: "credo sia ora che tu vada".

"Pensavo che tutta questa festa fosse per celebrare i miei successi - dico io, e non so fino a che punto è il vino a parlare, quando continuo - visto che tendo a portare quelli, ai nostri incontri, piuttosto che una serie di uomini scelti randomicamente tra l'aristocrazia decaduta e questi nuovi pseudo eroi del popolo" faccio un sorriso sottile al giocatore di Pyramid, intontito, chiedendomi se la sua mente riesca a processare il fatto che quelle parole siano un insulto.

"Ora basta, Declan. Tutto ciò è inammissibile"

"Suppongo di star imparando il valore dell'onestà"

"Non penso di essere stato sufficientemente chiaro: non sei più la benvenuta in questa casa."

Sposto quindi lo sguardo su di lui, e un'occhiata fugace mi è sufficiente a capire che non sta scherzando. Mi alzo in piedi, cercando di organizzare la confusione che ho in testa, di ripartirla come uso fare di solito. Mi avvio nel silenzio imbarazzato che si è creato nella sala da pranzo, mi sento gli occhi di tutti addosso. Raccolgo il mio cappotto all'ingresso e vado in macchina. Respiro a fondo, penso un attimo.

Mi sento leggera.

Sorrido piano perché adoro sentirmi esattamente in questo modo: leggera. Con leggerezza sfilo la mia macchina dal vialetto e con leggerezza sfioro i centottanta chilometri orari sulla strada. Mezz'ora dopo, ho già dimenticato tutto.




31/10/12

Heavy Wrists

"Ho letto che Declan è tornata a Horyzon."

Alban Khan rischiò di farsi andare di traverso il ghraiba che aveva fatto ammollare nel tè mattutino. Era una giornata chiara su Eleira, e l'ampio salone da pranzo di villa Khan era illuminato a luce naturale grazie alle ampie e alte finestre che affacciavano sul lato est. Sia Louise che suo marito erano vestiti per iniziare la giornata, e sapevano di avere non più di dieci minuti prima di dover uscire. Alban si ricompose.

"Non vedo come dovrebbe interessarmi"
"Non si è fatta viva per circa sette mesi, Alban, non ha risposto alle nostre chiamate e si è resa irrintracciabile"
"Maadhav ci disse che era stata assegnata ad un progetto confidenziale"
"Quindi?"


Alban si fece più scuro in volto e puntò gli occhi azzurri sul tè profumato. Con un ultimo sorso svuotò la tazza.

"E' stata piuttosto chiara sui rapporti che vuole avere con noi"
"L'hai cacciata di fronte a tutta la famiglia"
"Aveva passato il segno"
"E' nostra figlia, Alban"


C'era una sfumatura severa nel tono di Louise. Nonostante fosse ormai alla soglia dei sessant'anni, aveva ancora i capelli di quel rosso vivo che aveva trasmesso alle figlie, degli occhi brillanti e un aspetto elegante e distinto. Alban Khan (che ne conosceva la furia placida) si impegnò a non incrociare il suo sguardo.

"Non vuol dire che approvi il suo stile di vita"
"Quale stile di vita approvi, tu, che sia diverso dal tuo?"
"Molti. Molti, ma non il suo"


C'era uno spasmo di fierezza in quell'affermazione, ma si sgonfiò rapidamente quando incontrò lo sguardo fermo e terribile della moglie.

"Il modo in cui è stata crudele, con Nadja, di fronte a tutti..."
"Non è piaciuto neanche a me"
"E allora?"
"Allora sono mie figlie entrambe. Voglio che Declan torni a visitarci, Alban, per le feste"
"Credi che lo facesse con piacere?"
"Faceva piacere a me"


Alban ispirò e si guardò l'orologio al polso sinistro. Era un orologio antico, di centinaia di anni. Puro argento. Dietro la cassa, in un alfabeto che avrebbe richiesto a chiunque uno studioso antico per la decifrazione, vi era inciso a piccoli caratteri il nome di Gajrup Muthu Khan. Un orologio tramandato per generazioni da primogenito in primogenito. I Khan avevano avuto primi figli maschi per secoli, passandosi quell'orologio di generazione in generazione. Khan era uno di loro. L'ultimo.

"Ho pensato che potremmo chiedere a Oppilana di incontrarla. Vive a Capital City e fa parte della famiglia. O altrimenti Jordan"
"Declan non soppota Jordan"


Louise sollevò le sopracciglia senza nascondere la sorpresa.

"Non l'ha mai sofferta - continuò suo marito - il fatto che sia andata in guerra l'ha sempre fatta percepire come la persona più di successo tra i giovani della famiglia"
"Non lo sapevo"
"No. Non sai molte cose"


Alban passò la manica della camicia sul quadrante dell'orologio per pulirlo da un alone opaco che vi era depositato, e solo in quel momento si rese conto che era fermo. Aggrottò le sopracciglia e rifletté sul fatto che avrebbe dovuto portarlo ad aggiustare per la terza volta, quell'anno. Non era più uno strumento funzionale.

"Mio padre era un ricercatore - sospirò, lasciando l'orologio al polso - e suo padre, prima di lui. Il mio bisnonno un medico, per tutta la sua vita. Ogni singolo Khan, dalla prima colonizzazione ad oggi, ha resto questo 'Verse un luogo migliore in cui vivere. Ognuno di loro mettendosi al servizio dello Stato."
Louise abbassò lo sguardo e sospirò, aggiustandosi una ciocca dietro i capelli.

"Non è una ladra, Alban"
"Non lo è, è uno squalo aziendale
- sospirò a fondo, sconsolato - vorrei poter guardare con nostalgia a quando era più giovane... ma la verità è che è sempre stata così."
"Così come?"
"Egoista. Cinica. Ma ho sempre pensato che ci fosse una linea che non avrebbe superato... finché non l'ha superata"

Il rammarico glielo si sentiva nel tono di voce burbero. Louise si pulì la bocca e si alzò con un movimento leggero, raggiungendo la sedia di lui.

"E' nostra figlia, Baloo. E la rivoglio a casa"

Gli poggiò un bacio tiepido sulla guancia e si avviò lungo il corridoio: il suo turno in ospedale sarebbe iniziato a breve. E ormai non c'era più niente da discutere.

the one who drives

"Mister Rothman?"

La segretaria fece cenno all'uomo di avvicinarsi.

"David Rothman, giusto?"
"Sono io"

Miss Postma sorrise in maniera sfuggente e apatica, osservandolo superficialmente. Lui indossava un vestito nero con cravatta. La camicia era bianca e stirata in maniera imperfetta, i capelli pettinati all'indietro e la barba sistemata di recente. Accorciata, sicuramente, ma non rasata.

"La CEO è pronta a riceverla"

Gli indicò con un gesto la porta, e lui bussò aspettando di sentire l'avanti prima d'entrare.

"Posso?"
"Prego"
"Buonasera"
"Buonasera. Lei deve essere David Rothman"
"Sono io"

Declan Khan non spostò gli occhi dall'holodeck per altri dieci secondi, lasciando che l'uomo rimanesse un passo oltre la soglia, in silenziosa attesa di un doveroso invito ad accomodarsi. Si prese il tempo necessario a studiare l'ufficio spoglio, essenziale. Niente attaccato ai muri se non la copia cartacea di una Laurea in ingegneria. Nessun soprammobile, solo un basso comodino trasparente contenente alcolici costosi e acqua potabile di prima qualità. Declan Khan finì ciò che stava facendo e mise in stand by l'holodeck. Sorrise in maniera lieve osservando l'uomo per la prima volta.

"Prego, si sieda pure"

Non si alzò per stringergli la mano. David Rothman si sedette.

"Le posso offrire qualcosa da bere?"
"No, la ringrazio"

Un momento di silenzio, Declan Khan lo fissò senza adoperare la solita discrezione di cortesia che usava utilizzare con gente del suo stesso rango sociale. Valutò che Rothman dimostrava quarantacinque anni, e che probabilmente era la sua età esatta. Non aveva fedi al dito né la camicia adeguatamente stirata: non conviveva con nessuna donna né tantomeno era sposato. Il vestito gli scendeva addosso troppo pesantemente. Mezza taglia di più, almeno; pensò: affittato. Ha atteso il permesso per sedersi, ha osservato l'ufficio partendo dagli angoli. La barba è più lunga di almeno un millimetro sulla guancia sinistra: è mancino e non ha i soldi per un barbiere. E' un bell'uomo, un tipo. Qurantacinque anni. Scapolo. Deve avere qualche problema a relazionarsi col prossimo: non esce molto, non fa molta vita sociale. Aspetta gli ordini. Un ex militare.

E mentre lei rifletteva, lui si aggiustava sulla sedia, scomodo, a disagio.

"Mi dica: come mai ha fatto domanda per questo lavoro?"

Una vibrazione verso l'alto delle pupille, un istante brevissimo.

"Ho iniziato la mia carriera guidando mezzi terrestri"
"E come l'ha conclusa?"
"Non ha letto il mio curriculum?"
"No"

Di nuovo disagio: Declan trattenne un sorriso. Rimase seria, attendendo con calma una risposta.

"Sono nato su Meili e ho imparato a guidare per trasporti tra fabbriche, a sedici anni. A diciott'anni mi sono arruolato, ho concluso l'accademia alleata di pilotaggio, poi sono andato in guerra."
"E l'ha vinta"
"Punti di vista"

Un altro lungo silenzio. Declan rimase seduta in maniera composta, con le gambe accavallate e gli occhi azzurri fissi in quelli neri del suo inerlocutore.

"Quindi ora ha bisogno di un lavoro tranquillo"
"Sì"
"E di soldi"
"Come tutti"

Silenzio. Declan si sfiorò le labbra con la punta delle dita.

"Si tratta di essere disponibile e rintracciabile ventiquattro ore al giorno. La macchina da guidare è la mia, una Laoying Settemila"
"Anno?"
"E' uscita due settimane fa"

Declan attese la sorpresa nei suoi occhi, ma invano. Continuò a fissarlo.

"Tutto ciò che sente o vede all'interno della macchina è strettamente confidenziale. Il contratto prevede una clausola di riservatezza: se la infrangerà, mi dovrà un risarcimento che la getterà sul lastrico"
"Onorerò il contratto"
"Bene"

Rimasero a fissarsi ancora un po'. Sì, David Rothman aveva lo sguardo spento del veterano deluso. Declan conosceva fin troppo bene la sua razza: maschi poveri arruolatisi giovani alla ricerca di un riscatto che non era mai arrivato. Li trovava noiosi.

"Ha figli?"
"No"
"E' sposato?"
"No"
"Ha intenzione di sposarsi o avere figli?"
"No"

Un'altra pausa, lunga, per valutare. Era tardi ed era il terzo candidato. Miss Postma ne aveva selezionati altri cinque, e se non avesse assunto lui avrebbe dovuto intervistarli tutti.

"Quando può iniziare?"
"Quando vuole"
"Anche subito?"

Rothman la mise meglio a fuoco per assicurarsi che dicesse sul serio.

"Anche subito"


26/03/12

Artificio




Ho dato tutto alla Blue Sun.

Sarei ingiusta se non dicessi che ho anche preso tutto. Ho preso tutto il possibile, quindi, i soldi e lo status sociale, una casa ampia fornita dalla compagnia stessa, una macchina di lusso, tutti i comfort che avrei mai potuto avere, li ho avuti. Ho anche lavorato duramente come pochi, ho dormito poco. Negli ultimi dieci anni, intendo: ho dormito poco.

Quella che mi ha offerto Jacob Heisenberg, oggi, sulla Blue Sun Station One, è effettivamente una promozione. Per la stessa paga, mi hanno dato la responsabilità di un progetto tanto avveniristico da essere fantascientifico, con scadenze relativamente brevi e una spada di Damocle che mi pende sulla testa: la concorrenza.

E' una spada pesante, che mi costringerà a nascondermi sotto terra per circa venticinque giorni al mese. La base si trova a Xanto, il progetto si chiama Deep Mind.

Intelligenze Artificiali.

Sono combattuta: vivere in una base ingegneristica mi costringerà a tornare all'essenziale, a rinunciare al vino costoso, ai lussi. Devo anche informarmi se i dobermann saranno benvoluti: non posso abbandonarli a nessuno.

Ma è ciò a cui ho sempre voluto lavorare, in fondo, ed è a poche centinaia di miglia da Sadrany. E' una città che conosco, che mi ha sempre affascinato nella sua decadenza e nell'ostinazione dei suoi abitanti nella ricostruzione. E' caotica quasi quanto lo era Afghana prima che iniziasse la guerra. Chissà se la nostra casa è stata ricostruita.

Ma adesso, proprio adesso. Proprio dopo ciò che è successo poco più di una settimana fa, dopo ciò che mi hanno detto Nadja e Louise. Dopo ciò che mi ha detto mio padre, andare a lavorare sulle I.A. sembra quasi un modo ironico del destino per dirmi che il mio futuro non è nelle relazioni con il genere umano, ma con quello robotico.

Ma non mi importa di Nadja: è ancora una bambina e non credo diventerà mai più intelligente di quanto sia, forse per colpa di un'educazione troppo permissiva. Louise è mia madre, ma mentirei se dicessi che mi importa del suo giudizio.

Ma mio padre. Quando è venuto a trovarmi in hotel, il giorno dopo il litigio, l'ho guardato negli occhi e ho visto solo delusione. Non penso di avervi mai letto affetto, forse protezione, quando ero piccola, anche rabbia in alcune situazioni. Delusione mai.

Quello che mi ha detto mi ha colpito. Ho sempre pensato che la sua severità fosse stata una questione di amore paterno, il suo modo di spronarmi a dare sempre di più... il suo modo efficace per farmi dare sempre di più. Ma non ha detto questo. All'hotel, rifiutandosi anche di sedersi, ha detto poche frasi.

Ho una buona memoria, posso ripetere l'intera conversazione parola per parola.

Il suo sguardo distaccato vedendo la bottiglia di vino naturale di Jasonville sul tavolino basso della mia suite.

Il suo modo duro di dire: "ieri sei andata oltre ogni limite" e "la tua ambizione è diventata più grande della passione per il tuo lavoro", fino al "non so cosa c'è che non va in te, ma so che è così da sempre. Speravo che la terapia lo risolvesse, ma non è così: lo ha solo instradato in modo che sia più socialmente accettabile".

E ancora: "mi auguravo diventassi una persona migliore", "ciò che hai detto a tua sorella, in un momento di tale fragilità nella sua vita, è puro sadismo". "Hai un serio problema, Declan, che hai bisogno di risolvere. Ma adesso non ti aiuteremo più."

Sembrava Nadja, Nadja quando mi rinfacciava di avere ucciso la metà dei suoi animali domestici, quando era bambina, solo per poterli vedere morire. Nadja che mi diceva che amarmi era impossibile, frustrante e inutile. Come Nadja nostro padre. Come nostro padre anche Louise.

Ho urlato. Non mi capitava da molto, ma suppongo che sentirmi così attaccata mi abbia costretto a reagire. Gli ho detto che poteva vedermi come una pazza, se voleva, ma che tutto ciò che faccio è essere al passo coi tempi. Che gli ideali sono sorpassati, che il denaro detta i vincitori del domani e che io non voglio mai essere tra i perdenti. Che non mi chiuderò in un laboratorio come lui, ad invecchiare sulle provette, che il lavoro che faccio ha un valore che voglio riconosciuto e pagato. Gli ho detto che è solo un vecchio, che quando sarà morto nessuno ricorderà il suo nome. Che morirà presto, perché continuerà ad invecchiare velocemente, a furia di stare gobbo sui suoi studi. Che sono la migliore cosa che potesse capitargli, che non l'ha mai capito, che io andrò lontano e non sarà per merito suo.

Era furioso. Furioso e arreso. Ha detto che per lui ero morta ed è uscito.

Non li avvertirò del mio trasferimento, forse lo leggeranno dai giornali. Non avvertirò molte persone, comunque: non penso che a qualcuno interessi veramente.

Ma interessa a me.
E se c'è una cosa che ho imparato in questi anni, è che io mi basto perfettamente.