13/12/12

would you please



"Le auguro buonanotte, mister Rothman"
"Aspetti un secondo..."

Declan lasciò la mano sospesa sull'apertura dello sportello posteriore della macchina.

"Mi scusi?" chiese aggrottando le sopracciglia. Era notte da un pezzo, e sentiva la necessità di una doccia calda e un bicchiere di vino. Cercò di seguire lo sguardo dell'autista verso l'ingresso del grattacielo che la ospitava.

"Rimanga in macchina chiudendo le portiere, controllo" suggerì lui, e scivolò fuori dall'abitacolo. Lei azionò tutte le serrature, non riuscendo ancora bene ad individuare ciò che lui avesse visto. Seguì con gli occhi chiari la sua figura. Lo vide avvicinarsi ad una persona. Era sul marciapiede, a pochi metri dall'entrata del palazzo. Seduta per terra, si abbracciava le ginocchia e pareva scossa da continui sussulti. Declan la osservò incuriosita finché non riconobbe, sotto la lana sintetica di un cappello grazioso, qualche ciocca di capelli rossi. Uscì dalla macchina di fretta, avvicinandosi ad entrambi.

"Miss Khan, dovrebbe risalire in..."
"Nadja" chiamò lei, la voce bassa e incalzante. Si guardò attorno con nervosismo malcelato, attendendo il flash di una macchina fotografica o il lampeggiare del led di una holocamera.
"La conosce?"
"Nadja, cosa diavolo ci fai qui?"

Sua sorella teneva il mento affondato nelle braccia e singhiozzava vigorosamente. Odorava di alcol scadente e sigarette. Non rispose. Declan rimase ad osservarla per un istante lunghissimo dall'alto verso il basso, tesa, immobile. David Rothman rimase tra loro due, con i palmi aperti e il giudizio in sospeso. Sentì la sua datrice di lavoro imprecare in cinese.

"Gaisi. La porti su"

Rothman abbassò lo sguardo sulla ragazza sconvolta. Allargò leggermente le braccia e si chinò su di lei, tentando di poggiarle delicatamente una mano sulla spalla. Quantomeno per farla abituare alla sua presenza. Declan diresse verso l'entrata del grattacielo a passo sostenuto. Lo scan retinico incontrò uno sguardo gelido, irato. Nonostante ciò, si ricompose in tempo per salutare gentilmente il portiere, con la naturalezza di chi non fosse seguita dal proprio autista con in braccio una ragazza evidentemente ubriaca. Furono i centoventi piani di ascensore più lunghi degli ultimi mesi.

* * *

Nadja Khan era una ragazza sottile e bella come solo le ragazze ricche riescono ad essere. Quando si svegliò nella spoglia stanza degli ospiti dell'interno 120 A di Chaoyiang Street numero trentanove, sentì le tempie premute dalla morsa di un mal di testa poco promettente. Aveva addosso ancora le scarpe e i vestiti del giorno prima, e nella notte rigirandosi si era avvolta sommariamente nella coperta del letto a due piazze sul quale la avevano depositata. Ricordava un uomo, ma in maniera piuttosto confusa. Che quella fosse casa di sua sorella, però, era indubbio: poche persone potevano desiderare una casa priva di colori. Si alzò lentamente e, barcollando, seguì l'odore di caffè. Trovò sua sorella maggiore in un soggiorno ampio, con una splendida vista su Capital City. Seguiva le holonews proiettate al centro della stanza mentre, già vestita e pronta ad uscire, faceva una colazione a base di caffeina e barrette proteiche.

"Buongiorno..." tentò a mezza voce, la testa ancora pesante. Declan spense la proiezione e accavallò le gambe sulla sedia, poggiandosi le mani in grembo. Aveva uno sguardo gelido e analitico. Da sempre.
"Perché sei venuta qui, Nadja?"
Nadja non si era illusa neanche per un momento che le avrebbe risparmiato la vergogna, l'umiliazione. Si passo una mano tra gli spumosi capelli rossi, liberando un viso chiaro e degli occhi appannati. Si sedette di fronte alla sorella e poggiò le mani sul tavolo, unite. Se le osservò a lungo.
"So che è chiedere molto, non... non lo farei se non ne avessi bisogno. Non lo farei, ma... - deglutì - posso rimanere un po' qui?"
"No"
Gli occhi azzurri le divennero lucidi. Strinse le labbra e apparve per un attimo smarrita, come un cane abbandonato. Con la gola annodata si asciugò il viso, la voce le si fece più sottile.
"Lane, ti prego... non ho nessun posto dove andare"
"Pensavo stessi a Gandhi"
"Non posso tornare a casa..."
"Perché?"
"Non posso"
Declan aggrottò le sopracciglia.
"Alla tua età sarebbe forse il caso di rinunciare ad esprimersi per tautologie"
"Lane..."
"Ti ho detto di no". 
Nadja affondò il viso nelle mani, facendo poi scivolare le dita nei capelli. Sembrava esausta. Sconfitta. Rimase in quel modo per qualche secondo. Si riprese con uno scatto, in maniera improvvisa, la piega delle labbra orgogliosa e offesa. Non era la prima volta che supplicava sua sorella. Non era neanche la prima volta che sua sorella era rimasta sorda alle sue suppliche.
"Dove andrai?" le chiese Declan vedendola infilarsi il cappotto con una certa fretta.
"In un hotel, sotto un ponte. Non credo che ti importi" le rispose la minore, di fretta. Si controllò le tasche alla ricerca della carta. Ne sentì la consistenza, ma sapeva bene che il conto si stava lentamente svuotando, e che presto o tardi avrebbe dovuto inventarsi qualcosa. Qualcosa. Autonomamente esiliatasi dalla casa dei suoi genitori - senza che i suoi genitori lo sapessero -, reduce da un fallimento dopo l'altro, priva di qualsivoglia alibi per la ripida discesa che aveva imboccato la sua vita. Incapace, inetta. Se lo ripeteva allo specchio ogni mattina. Non era in grado di badare neanche a se stessa. In ventisei anni, sua sorella non aveva mai mancato di ricordarglielo ad ogni occasione.

"Nadja - Declan si voltò verso di lei quando ormai era sulla soglia dell'ingresso. - Cosa è successo?" chiese, negli occhi lo scintillio di una distaccata curiosità.
Lei si fermò. Respirò a fondo. Rispose: "sono incinta". Poi scivolò nell'ingresso di fretta, aprì la porta d'uscita. Indugiò qualche istante sull'uscio, sperando forse che sua sorella la seguisse. Declan non lo fece. Quando Nadja sentì nuovamente il rumore delle holonews, uscì e si richiuse la porta alle spalle.

10/12/12

black holes



This is a black hole. It consumes matter. Sucks it in and crushes it beyond existence. That's Evil at its most pure. Something that drags you in and crushes you and makes you... nothing. 
Questo è un buco nero. Consuma materia. La risucchia e la annienta oltre l'esistenza. E' il Male nella sua forma più pura. Qualcosa che ti attira al suo interno, ti annienta e ti riduce... al nulla.

You don’t interact with the things we know in the way that we expect. Your presence, your actions, can only be inferred by a certain…absence.
Is that a compliment?
Absolutely.
Non interagisci con le cose che conosciamo nel modo in cui ci aspettiamo. La tua presenza, le tue azioni, possono essere suggerite solo da una certa... assenza.
E' un complimento?
Assolutamente.











06/12/12

pendragon


2 Gennaio 2514.
Twin Towers, Capital City. Laboratori genetici.

"Complimenti per la sua nomina a vice CEO, miss Khan".

Declan Khan sorrise distrattamente al suo interlocutore in camice bianco, facendo scivolare il suo c-pad nel tiepido sonno dello stand-by. 

"Prego, di qua". Conrad Mayhem era un uomo che aveva sempre indossato occhiali spessi. Da giovane non piaceva alle ragazze e all'università non faceva parte di nessuna confraternita. Si era comunque riuscito a laureare con il massimo del tempo con una brillante tesi sulla ricombinazione genetica creativa. Aveva visto il vario susseguirsi di leader a capo di Blue Sun Capital City, ma Declan Khan era la prima a mostrare un interesse così diretto per il suo lavoro.

"E' fortunata, ci viene a trovare esattamente in occasione di una nascita" tartagliò preciso Mayhem, guardando la rossa indugiare sulle gabbie degli scimpanzé. Tomoto, intento a ricomporre un puzzle di plastica in dieci pezzi, si interruppe per guardarla. Lei sorrise.


"Lo so. Sono venuta appositamente, in effetti. - superò lentamente la gabbia, tornando con gli occhi sul genetista - per il Felis X039. Mi incuriosisce il processo dell'imprinting su creature create in provetta"
"E' un processo... interessante - Mayhem si fermò a guardarle i capelli per un attimo. Quando se ne rese conto si affrettò ad abbassare gli occhi sulla sottile cartellina elettronica che teneva tra le mani - abbiamo, ahm... abbiamo scoperto che l'imprinting degli esemplari sviluppatisi negli uteri sintetici è circa, ahm... circa dieci volte maggiore. Intendo, dieci volte maggiore di... di quello normale - scosse il capo - ... lo vedrà, comunque. I nostri scienziati sono... mh. Abituati"

"In verità, vorrei essere io il soggetto di questo particolare imprinting"

Mayhem sbatté le palpebre. La sua interlocutrice appariva fin troppo serena.


"Mi scusi?"
"Ho notato che uccidete gli animali al raggiungimento della maturità"
"S-sì... dopo un anno, circa, per i felides... li addormentiamo. Non sono più utili ai nostri studi"
"Benissimo. Tra un anno, vorrei che questo esemplare mi fosse recapitato"

"Reca... miss Khan, non credo... ahm, io..."
"E' questo?"

La donna si fermò davanti al quarto utero artificiale, avvicinando notevolmente il volto alla superficie di vetro sottile che lo conteneva. Era ancora privo di pelo, gli occhi chiusi e le orecchie già lunghe diverse centimetri.

"Sì..."

La vide sorridere di nuovo.

* * *

6 Dicembre 2514.
Chaoyiang Street numero 39. Capital City.

"E' una fottuta bestia, un animale pe-ri-co-lo-so Jen Dawson scandì il concetto in modo cristallino mentre effettuava la delicata manovra utile a depositare la gabbia sul tetto del grattacielo. Il bestione aveva fatto ballare il suo elicottero per tutto il tragitto  - non lo so che cazzo ha in mente la gente... per me la sbrana - argomentò mentre masticava vigorosamente una gomma alla nicotina - quanto ti ci giochi che la sbrana?" urlò alla cuffia.

"Piantala, Jen" la riprese Frank, dall'altro capo della comunicazione. Si conoscevano da anni, ormai: la compagnia per cui lavoravano si occupava di trasporti aerei atmosferici per la Blue Sun dalla fine della guerra. Si andò a piazzare sotto l'elicottero, iniziando a sganciare tutte le sicure che tenevano il box rinforzato. Al suo interno la bestia si agitava. Era agitato anche lui. Agitato a sufficienza da sobbalzare quando si ritrovò alla sua destra miss Declan Khan, intenta serenamente ad aprire la serratura elettronica dello sportello frontale.

"Ooooh, che fa? - chiese lui, saltando una manciata di passi indietro - non... cazzo, cioè, scusi, non può farlo quando..." quando? Alzò la testa al cielo, considerando di attaccarsi lui stesso ai ganci e farsi portare via di là da Jen, in volo.

Declan Khan aprì lentamente lo sportello, rimanendo chinata sulle caviglie di fronte ad esso. Il ringhio basso e aggressivo del felino si fece gradualmente meno intenso, fino a sparire del tutto. Allungò una mano in modo che potesse prendersi il tempo necessario per annusarla. Riconoscerla.

"Huanyìng hai nèiwài, Pendragon"

L'animale scivolò lentamente fuori dal box, avvicinando il muso alla sua mano.

Frank rimase a guardare la scena, esterrefatto.

Declan Khan rise piano.


30/11/12

have a cigar


Come in here, dear boy, have a cigar.
You're gonna go far, fly high,
You're never gonna die,
you're gonna make it if you try
they're gonna love you


Charlotte Alcot è fuggita con un accompagnatore della Shouye rinnegato. Laughter si è preso un congedo fino a data da definirsi. Ho incontrato Quinniperseliys Thomson per totale caso a bordo di questa stessa nave, con i piedi scalzi. Fa la macchinista e ha iniziato a lavorare in un ranch, il Black Oak della Buffalo County di Greenfield. Tre vice-Ceo, ognuno con le sue particolari qualità, che hanno lasciato la Blue Sun. Due su tre che hanno deciso di ritirarsi dal mondo civile. Bruciati, probabilmente irrecuperabili.

Declan Khan prese un altro profondo tiro di fumo. Era una sigaretta al mentolo, di quelle sottili che comprava nel Core. Indossava abiti per lei insoliti e aveva i capelli sciolti. In piedi sulla catwalk della Monkey Wrench, guardava la stiva. Teneva i gomiti poggiati sulla balaustra e si concedeva una posa più rilassata del solito. L'aria del rim, forse. Poggiò gli occhi sulla donna che si aggirava nella stiva, sotto di lei. Le parve inquieta.

Niente tuta, oggi. Una persona particolare, inquadrata imperfettamente. Non ha partecipato alla guerra, ma ha qualcosa di marziale nel modo di porsi. Cerca da me conferme e ordini come farebbe un militare, e non si muove prima di averli ricevuti. Quando sta ferma, in piedi, sembra stare a riposo. Come i militari, non contraddice mai i suoi superiori: quando le parlo ho la continua, netta sensazione che mi assecondi, che si preoccupi di non contraddirmi. Ha anche qualcosa di vagamente vanesio. Nel modo in cui ancheggia e nell'ossessione verso quell'abito nero che la riveste come una seconda pelle. Nel non legarsi i capelli, anche. Dovrei conoscerla meglio, anche se la sua storia personale non pare interessante. Conflitti col padre. Comune.

Fece un altro tiro. La salutò con un cenno del capo calmo, tornando a scorrere la stiva con gli occhi. Il capitano era quasi arrivato alla fine del suo sigaro. Si passò la lingua nell'interno della guancia, ascoltandone le parole filodiffuse in tutta la nave.

Sembra un po' più vecchio, un po' meno sereno. Ha un paio di rughe d'espressione in più, ma pressapoco lo stesso odore che ricordavo. Forse è il legame emotivo che ha con questo pianeta. Forse non è solo quello, non saprei dire con precisione assoluta. Leggermente incerto, all'inizio, privo della sicurezza che ricordavo sua. Addirittura a disagio, per un attimo. Meglio, poi. Molto. Il sigaro che ha tra i denti è uno di quelli. Devo tornare da lui prossimamente, vedere se cambia e se è cambiato. Se è un uomo diverso. Sarebbe interessante capire cosa gli è successo, in questi mesi, e valutare come ha influito sul carattere. Ritter potrebbe essere in questo senso d'aiuto, ma ho poca voglia di espormi. Devo considerare meglio.

Si mise dritta. Poggiò i palmi delle mani sulla balaustra con la sigaretta che ancora le fumava tra le dita e osservò fuori, un'ultima occhiata al suolo di Shijie prima che la rampa fosse del tutto sollevata e il portellone a chiusura stagna sigillato.

Tre secoli fa, trent'anni fa, tre anni fa: ciò che stiamo per fare su queste terre sarebbe stato considerato un miracolo, un'opera di Dio. Tre anni è il tempo che è servito per far passare dall'area d'influenza del divino a quella dell'umano. Dello scientifico. E' questo il tempo in cui vivo: l'era in cui l'uomo ha superato Dio. E io sono al suo centro esatto. Ventimila dollari, una nave da trasporto e poche settimane: oggi non ci serve nient'altro per far resuscitare decine di ettari di terra morta oltre ogni dubbio.

Il ragazzo intimo con la Krushenko: Joe Black. L'altro giorno ha detto che ciò che è morto deve restare tale. Che non bisogna giocare a fare Dio. L'idea che vita, morte e resurrezione siano prerogative di entità astratte è tipica di chi non conosce la storia. L'ingegneria aerospaziale ha costruito le arche che hanno permesso all'umanità di continuare a sopravvivere, nonostante la sua prima culla stesse morendo - dalla stessa umanità uccisa -. Lo studio della geologia e della terraformazione ha reso possibile rendere ospitali pianeti su cui altrimenti non avremmo potuto mettere piede. Il diserbante chimico e le armi di distruzione di massa hanno sepolto sotto metri di detriti e cenere terreni un tempo fertili. Mondi interi. E adesso il fertilizzante Blue Sun darà nuova vita a quegli stessi mondi.

La scienza dà come la scienza toglie, in un ciclo continuo. Abbiamo sottratto potere alla natura. Nel mio secolo esiste un solo Dio, ed è quello che prende forma nelle mie stesse mani.

27/11/12

working class villains



Corona, 8 agosto 2499.

Alban Khan e sua moglie contrattavano da almeno un quarto d'ora.

"Faremo tardi"
"Ci sono andato l'ultima volta"
"Lo sai che sei l'unico che ascolta"
"Non mi ha ascoltato l'ultima volta"
"Statisticamente parlando..."
"Usciamo e basta, faremo tardi"


Louise Nerhu era una donna dallo sguardo accogliente, raddolcito da diciotto anni di esperienza materna insolita e, per molto tempo, poco appagante. Si mise risoluta le mani sui fianchi osservando per qualche istante una bambina di undici anni intenta a giocare a un holo-game di simulazione nel salotto. Aveva i capelli rossi che venivano trasmessi, di generazione in generazione, dalla linea genetica materna di Louise.

"Ogni volta questa storia, è ridicolo" lamentò con un sospiro. Si mise a salire le scale tirandosi sulle caviglie l'elegante abito da sera che indossava. Raggiunta la stanza della figlia maggiore, bussò un paio di volte ed entrò con discrezione, ma senza aspettare l'avanti.

"Lane", chiamò con una certa risolutezza.

"Lane" era seduta a gambe conserte in una morbida poltrona di pelle. Indossava una maglietta delle Shenzen Tigers e i pantaloni di una tuta. La montatura nera degli occhiali da vista nascondeva in parte un viso dai lineamenti morbidi, ma non ancora definitivi.

"Dimmi" la messa a fuoco del suo sguardo attraversò l'holografia parziale al centro della stanza e raggiunse Louise. Era una proiezione muta, la rappresentazione di un cervello umano nel momento di attivazione del suo lobo temporale anteriore. A Louise si strinse appena il cuore, come accadeva ogni volta che sorprendeva sua figlia in attività inusuali per una ragazza della sua età. Declan interruppe la simulazione e rimpicciolì la proiezione olografica senza fretta, ma sfuggendo per un paio d'istanti lo sguardo di sua madre.

"Sei sicura di non voler venire?"
"Sì, sono sicura"
"Mh. Come mai? Esci con Jonathan?"
"Non frequento più Jonathan dall'inizio dell'estate"

Louise spalancò bene gli occhi grandi e tondi mentre qualcosa nello stomaco si attorcigliava.

"Oh, e stai... bene?"
"Perché non dovrei"


L'assoluta neutralità della voce di sua figlia non la lasciava ormai più spiazzata da tempo. Durante l'infanzia avevano pensato ad una forma particolare di Asperger, ma gli specialisti non avevano diagnosticato niente di simile. Ad ogni modo, non era un mistero come avesse giornate buone e giornate meno buone. Nelle giornate buone si sforzava di dare un po' più di espressività alle sue comunicazioni. Louise si chiuse la porta alle spalle e attraversò cautamente la stanza seguita da uno sguardo chiarissimo ed estraneo. Si accomodò all'angolo del letto.

"A maggior ragione, dovresti venire con noi"
"Ho da fare"
"Non puoi rimandare a domani?"
"Preferirei di no"


Louise si lisciò le pieghe sulla gonna del vestito, crucciata.

"Con chi sei uscita queste settimane, se non vedi più Jonathan?"
"Con altre persone"


Declan riavviò il movimento dell'holografia parziale, tornando ad osservare a dimensioni adesso più ridotte l'attività di un comune lobo temporale. Comune, di una persona comune. Della maggior parte delle persone comuni. Gli occhi chiari si fecero assenti, ma Louise sentì l'impazienza della figlia senza troppi sforzi. Voleva se ne andasse.

"Ci sono ragazzi della tua età con cui ti potrebbe piacere parlare"
"Non conosco praticamente nessuno"
"Puoi fare conoscenza. Il figlio sedicenne dei Keynard partirà per l'università, questo semestre. Andrà a studiare giurisprudenza"
"William Keynard?"
"Proprio lui, lo conosci?"
"Di nome. Non mi interessa"
"Il figlio dei Carter?"
"Quale?"

"Non lo so... - ce ne erano così tanti - Holden Carter?"

Declan sbattè le palpebre un'unica volta, lievemente seccata. Spense l'holoproiezione e scivolò verso l'armadio, spalancando le due ante. Aveva una notevole quantità di vestiti, ma indossava regolarmente forse tre, quattro capi. Tutti rigorosamente neri.

"Avete cenato con i Collins cinque settimane fa e mi avete parlato di tre fratelli"
"Sì, Holden dovrebbe essere il più giovane"
"Avete detto Heathcliff, Herbert e Holden. Il primo laureato in medicina, il secondo economista e probabile erede dell'impero Collins e il terzo adolescente che da grande vuole fare il
- storse le labbra - musicista"

Louise ascoltò attentamente, piegò le labbra al disprezzo con cui pronunciava la parola "adolescente". E' un'adolescente anche lei, pensò. Anagraficamente, si corresse. Poi si corresse di nuovo: la misantropia galoppante era evidentemente un segno dell'età.

"Qual è il problema?"
"Ce ne sono vari. Il primo è che non mi sembrano persone interessanti
- selezionò una camicia nera e un paio di pantaloni dello stesso colore. Si infilò dietrò il paravento di carta velina lavorata e iniziò a cambiarsi - il secondo è che tra tutti e tre hai pensato che potessi essere più vicina al figlio di ricca famiglia che disprezza le sue origini e si sente incompreso dal mondo. - era brava ad indovinare, o perlomeno lo sembrava. In verità la metà dei figli degli amici dei suoi genitori non era troppo dissimile da Holden Carter. - la dice lunga sull'idea che hai di me"
"E' difficile avere un'idea di te, Lane, non comunichi molto."
"Penso di comunicare il giusto"
"Gli altri due, non ti stanno simpatici neanche quelli?"
"Non è una questione di simpatia"
"Non li trovi interessanti, allora. Heathcliff?"
"E' un medico..."
"E quindi?"
Louise si sentì leggermente offesa.
"Niente"
, rispose Declan, evasiva. Intanto pensava: è un medico - anni di sacrifici, orari disumani, notti insonni per occuparsi del benesse altrui. Un filantropo. 'Un filantropo', nella sua considerazione, non era un complimento.
"Herbert Carter, allora? - ritentò esausta Louise - non l'hai anche conosciuto? Cos'hai contro Herbert Carter?"
"E'... composto"
"E' composto".
La faccenda assumeva tonalità ridicole.
"Sempre opportuno, cordiale, preparato. Composto" elencò Declan di nuovo, atona.
"Quanto ci hai parlato, per curiosità?"
"Quindici minuti, circa. E' molto bello"
"Bene, è bello... è sufficiente, no?"
"Ma si è laureato in economia"
, un serio problema. Declan emerse dal paravento senza occhiali, vestita.
"Non ti va bene neanche chi si laurea in economia?"
"E' una materia poco interessante"
"Abbiamo escluso anche quella, allora. Cosa manca? Tra due settimane chiuderanno le iscrizioni ai test di ingresso di tutte le università di un certo rilievo"
le ricordò. Lei e Alban lo facevano ormai una volta al giorno, a turni.
"Non ho ancora deciso"
"Non hai una preferenza?"
"Alcune"
"Dovresti vestirti elegante..."
. Per un attimo ci sperò.
"Non vengo con voi, stanno venendo a prendermi"
"Chi?"
"Quelli con cui esco"
"Che sarebbero?"
"Non li conosci"

Declan si infilò in tasca la carta di credito - niente si pagava in contanti, su Corona - e imboccò la porta, mentre Louise rimase seduta sul letto sconfitta. Alban Khan intercettò la maggiore delle figlie più o meno alla fine delle scale interne alla casa, impettendosi un minimo.
"Vieni con noi, allora?"
"No"
"Dove vai?"
"Esco"
"Con Jonathan?"
"No"


Infilò spedita la seconda porta. Mentre scendeva due a due i gradini che l'avrebbero portata nell'ampio giardino e poi al cancello principale, Nadja Khan si affacciò dalla porta piroettando su se stessa per mostrare il bel vestito che avrebbe indossato quella sera.

"Lane, come sto?"
"Non ho tempo"
"Lane, dai! Come sto?"
cercò di strapparle un complimento, vanitosa.

Declan espirò dalle narici, si fermò in fondo alla rampa e si voltò. La guardò con attenzione inespressiva.

"Come chiunque altro"


Poi, prevedibilmente, uscì dal portone e accelerò lungo il vialetto, puntando sulla macchina che la aspettava fuori dal cancello.


* * *


"Oh, eccola"
"Ce l'ha fatta... Fitz, spostati dietro"
"Perché devo spostarmi io?"
"Sta zitto e spostati"

Fitz scrollò le spalle ed eseguì, non senza borbottare una qualche imprecazione generica: scivolò tra i sedili anteriori fino ad atterrare in mezzo a quelli posteriori, beccandosi un paio schiaffi sulla nuca da Gae. Stavano ragionevolmente stretti: la macchina era vecchia e malmessa, usata da almeno tre padroni diversi prima di giungere all'attuale. Puzzava anche, costantemente e di un odore non decifrabile. Declan si infilò al posto del passeggero, accanto al guidatore. Il guidatore (Avery Blake, detto Blake, venticinque anni, fisico da giocatore di Piramyd e pelle abbronzata dal lavoro come giardiniere in una tenuta vicina, con i capelli lunghezza robelle e gli occhi verdi) si sporse leggermente verso di lei, rivolgendole un sorriso bieco che gli tagliava la faccia a metà. Lei continuò a fissare davanti a sé, allacciando la safety belt.

"Muoviamoci, Blake"
"La signorina Khan ha fretta?"
"L'avete portato?"


Declan guardò nello specchietto retrovisore Fitz che sorrideva e sollevava i pollici. Ventidue anni, puliva le piscine dei ricchi e le tubature delle loro mogli annoiate. Jason Hudson, venticinque anni, cacciato con disonore dall'esercito alleato per aggressione e percosse verso un suo superiore, attualmente disoccupato e in visita su Corona per un qualche tipo di "ingaggio" non meglio definito. Gae Wong, ventuno anni, vita sottile e lineamenti orientali, sul pianeta per cercar lavoro da modella e come sempre era già avanzatamente brilla all'inizio della serata. Passò alla nuova arrivata una lattina di vino sintetico. In fondo distribuire le lattine era più o meno quello che avrebbe fatto più tardi nella vita.

Declan se l'aprì e iniziò a bere, mentre Blake avviava il motore e partiva verso le tenute boschive riservate alla caccia. Non era stagione di caccia, in realtà, ma non vi erano a Corona altri luoghi buoni per esercitarsi a sparare.

Arrivati alla fine di uno sterrato al centro di un'ampia radura circondata dal bosco, gli altri uscirono dalla macchina facendo chiasso. Declan rimase al suo posto con le gambe incrociate. Si sfilò una sigaretta dalla tasca e se la mise tra le labbra. Jason si affacciò dal retro dell'abitacolo, che non aveva lasciato. Le porse il fuoco di uno zippo, rimanendo poi poggiato con i gomiti ai sedili anteriori.

"Pronta?"
. Glielo chiese vicino al viso.
Declan sorrise ed espirò il fumo dalle labbra. I fari della macchina erano l'unica cosa ad aprire il buio che li circondava. Sparsi nella radura, Blake e Fitz iniziarono a cantare Major Tom mentre Gae teneva il tempo con le mani, o perlomeno ci provava.
"Sempre". Vide nello specchietto retrovisore Jason che si ritraeva per andare a pescare qualcosa dal bagagliaio coperto. L'acciaio del fucile scintillò per un attimo.
"Te lo ricordi come ti ho detto che si fa?". Jason le sfilò la sigaretta dalle labbra e la spense nel posacenere della macchina mentre lei apriva il finestrino e scivolava al posto del guidatore. Quello che dava sulla radura. Prese il fucile con delicatezza. Sentirne il peso le fece venire la pelle d'oca. Sorrise mentre se lo poggiava contro la spalla, puntando la canna fuori dal finestrino. Jason scavalcò i sedili e si mise accanto a lei, dietro di lei, attaccato a lei. Ne sistemò la postura mentre lei guardava nel buio rischiarato appena da una luna pigra. Poteva vedere le cime degli alberi. Faceva caldo. Gae era caduta per terra e rideva tenendosi la pancia con le mani.
"Te lo ricordi?" ripetè lui. Declan ne sentì il respiro addosso.
"Gli occhi nel mirino, i muscoli leggermente rigidi. Pronta al rinculo. Lo so."
"Dove miri?"
"L'albero grande"
. Trenta metri, un bersaglio ingombrante e ragionevole. Jason le passò le labbra sul collo bianco mentre lei sistemava la canna sulla linea retta che conduceva all'albero.
"Ridimmela - chiese lei piano, concentrata - quella cosa che recitavate nell'esercito. Ridimmela". Lui sorrise.
"Io non miro con la mia mano - iniziò a sussurrarle nell'orecchio - colui che mira con la mano ha dimenticato il volto di suo padre".
Declan fece scivolare lo sguardo di lato, ma attraverso il mirino. Fitz continuava a cantare and the stars look very different today; Blake aveva per qualche motivo il fiatone e si reggeva con le mani sulle ginocchia.
"Io miro con gli occhi - le passo le labbra asciutte dietro l'orecchio - Io non sparo con la mia mano. - le baciò la linea del viso - colui che spara con la mano ha dimenticato il volto di suo padre - scese sul collo - io sparo con la mente"
Declan corresse appena la mira: nessuno fa centro al primo colpo. Mise la schiena di Blake al centro del mirino, ripetendo a mente: io non uccido con la mia pistola.
Lui continuò, non si era accorto di niente: "io non uccido con la mia pistola. Colui che uccide con la pistola ha dimenticato il volto di suo padre" passò le labbra sulla sua nuca, provocandole un brivido. Era solo un gioco, tra loro due. Ogni tanto ci vuole un po' di adrenalina. Ogni tanto mi ci vuole una rossa, e a lei ogni tanto a lei ci vuole qualcuno che le faccia sentire che vuol dire avere un uomo, e non un lacchè. Erano bravate da ragazzi. Era sesso, o quantomeno qualcosa di pseudoerotico. Era roba per passare il tempo in una vita mortalmente noiosa. La noia ti uccide, lei lo ripeteva spesso.
"Io uccido con il cuore" terminò.
Si sentì il fragore dello sparo a due miglia di distanza. Coprì l'urlo spaventato di Gae e tutte le bestemmie che riuscì a vomitare Fitz in un paio di secondi. Blake era caduto per terra e respirava in modo affannato reggendosi una gamba. Anche Jason imprecò e si precipitò fuori dalla macchina, correndo verso il caduto. Lei tenne gli occhi spalancati, fissi sulla scena, vittima di un'estasi incredula. Blake urlava figlidiputtana ai quattro venti mentre Jason le faceva ampi gesti per metterle fretta e farle spostare la macchina più vicino, dove avrebbero potuto caricarlo facilmente e portarlo in ospedale. Quando vide che non rispondeva, che aveva gli occhi ipnotizzati dal ragazzo agonizzante a terra, andò verso di lei e sfilò il fucile dal finestrino, tenendolo puntato contro il terreno. Vide che le mani le tremavano forte.

"Che cazzo di merda hai in testa?" le chiese tagliando le parole come si faceva nei sobborghi periferici di Manhattan.
"Niente - rispose lei, titubante - niente" ripetè almeno due volte. Riuscendo a trovare a stento il volante, avvicinò la macchina al gruppo e fece caricare Blake sul retro. Si girò a guardarlo. Non era una ferita grave, ma il pantalone era ugualmente zuppo di sangue. Si soffermò a valutare la faccia sofferente del ragazzo, per un attimo confusa, per un attimo esaltata.

"Parti, cazzo"
, urlò Jason.
"Parti, cazzo!" gli fece eco Gae, più stridula.

Partì.

20/11/12

going for a bite

"Un viaggio piacevole, miss Khan?"
"Discreto"


Declan fece un sospiro profondo e affondò nei sedili in finta pelle della sua macchina di lusso, finalmente comoda.

"La porto a casa?"

David Rothman colse nello specchietto retrovisore un cenno di insofferenza all'idea.

"Ho passato la totalità del mio tempo a stringere mani e badare all'etichetta. Non mi hanno lasciato un momento per lavorare"
"Al Blue Sun Building, allora?"
"Santo cielo, no"


Rothman fece scivolare le mani dal volante e se le poggiò sulle cosce, in attesa.

"Lei vive lontano da qui?"
"Abbastanza. Nei sobborghi ad est"
"E ci sono locali aperti, a quest'ora?"


Rothman osservò l'orologio che portava al polso.

"Dipende dal tipo di locali"
"Per mangiare"
"Non credo"
"Che tipo di locali sono aperti, allora?"

"Locali, mh..." tentennò.
"La prego Rothman, sono maggiorenne da diverso tempo"
"Immagino certi locali per adulti"
"E non servono da mangiare?"
"Sì, certo, solo non... pasti completi. Non penso facciano troppa attenzione alla cucina"
"Mi ci porti"


Rothman la guardò di nuovo nello specchietto retrovisore. Doveva essere qualche tipo di test.

"Potrebbe essere l'unica donna tra le clienti"
"Dovrei avere un foulard in valigia..."
"E non è molto raccomandabile, come zona"
"Mi può accompagnare lei"
"Ma la macchina..."
"Ha un ottimo sistema antifurto, l'ho ricalibrato io stessa"
"Ne è sicura?"
"Assolutamente. C'è un codice d'abbigliamento?"

"Non credo, no... forse lei anzi è troppo - tentennò di nuovo - è vestita meglio degli standard"
"Ho un paio di pantaloni in valigia"
"Ne è sicura?"
"Rothman, per cortesia...
- rispose lei esasperata - lei vede la gente che sale in macchina con me di solito, sente i discorsi che facciamo. Non si annoia mortalmente?"
"Io non presto mai troppa attenzione a..."
"Oh, la prego. Pensa che io sia tanto noiosa da poter tollerare tante cortesie, giri di parole, delicatezze, senza fare qualcosa di questo genere una volta tanto?"
"Non trovo che lei sia noiosa, miss Khan"
"Le ho mai detto che mi hanno bandito da uno skyplex?"
"Non credo, no"
"L'hanno fatto, in gioventù. Baravo al black jack. Se non fossi così in vista, lo farei ancora
- si voltò su se stessa e, mettendosi in ginocchio sui sedili, andò a frugare nel tutt'altro che spazioso bagagliaio. Aprì la sua valigia e, andando a colpo sicuro, trovò il foulard. - è una questione di calcolo di rischi. Sono piuttosto sicura che non troverò nessuna delle mie abituali conoscenze in un locale a luci rosse nei sobborghi di Capital City, alle due di notte."
"Mi spiace averla alterata, intendevo soltanto che... non trovo sia un luogo adatto ad una signora"
"Le multiplanetarie non sono luoghi adatti ad una signora, Rothman
- spiegò lei, spiccia - eppure me la sono cavata piuttosto bene. Andiamo?"
"Come desidera, miss Khan"
"Stasera mi chiami Declan, io la chiamerò Dave.
- si legò il foulard sui capelli, curandosi che le ciocche rosse non si notassero - portami a mangiare un boccone, Dave."

19/11/12

i'll prove you wrong


- Lei quindi crede che nessuno che la circonda sia capace di azioni disinteressate.
Declan si distrasse dalla collezione di bassi cactus sintetici poggiati sul davanzale della finestra dello studio. Sedeva al centro di un largo divano in finta pelle, perfettamente a colore con il suo abito nero. Teneva le gambe accavallate e le mani poggiate sul ginocchio superiore.

- Io non credo che nessuna creatura vivente sia capace di azioni disinteressate.

Lo corresse con calma.

- I benefattori, i ricercatori medici, i soldati che partono volontari per andare al fronte...


Declan sorrise, e scosse con leggerezza il capo.

- Non può essere così naive.
- Mi spieghi.
- La coscienza pulita, la fama e i riconoscimenti, l'onore e la gloria.
- Quindi un'azione interessata può essere ugualmente una buona azione.
- Se vuole essere così manicheista. L'egoismo viene normalmente classificato come una spinta dell'animo negativa.
- Allora una madre che rinuncia alla carriera e a uno stipendio gonfiato per prendersi cura dei figli e della famiglia.
- Lei è un terapeuta. Cosa ne pensa?
- Vorrei sapere cosa ne pensa lei.


Riportò gli occhi gelidi sulla fila di cactus. Piante facili da curare, soprattutto nella loro versione artificiale.

- Fare un figlio è in sé un atto di egoismo. Di arroganza anche, volendo. Si decide di concepire per soddisfare esigenze biologiche ed evolutive. Circa l'ottanta percento dei genitori crede di avere un figlio speciale rispetto agli altri suoi coetanei, mentre due genitori su tre si definirebbero genitori più capaci della media. I soli numeri di queste statistiche suggerirebbero il contrario.

Si interruppe un momento. Continuava a guardare le piante.

- Le persone fanno figli perché sono convinte di poter inserire loro stessi in una persona e poi vederla essere di nuovo giovane, possibilmente arrivare più lontano di quanto loro stessi hanno fatto. E' un semplice atto di prepotenza.
- Ne è convinta?
- Fosse altrimenti, non l'avrei appena detto. Lo stesso affetto che nutriamo per le persone è proporzionale esclusivamente a quanto quelle persone ci servono per determinati scopi. Possiamo esserne consapevoli o può essere una spinta inconscia, ovviamente. Ciò non toglie che sia la realtà dei fatti.
- Lei è sempre molto definitiva nei suoi giudizi sulla razza umana, miss Khan.
- Avere aspettative realistiche mi aiuta a controllare l'umore.
- Ha più avuto attacchi d'ira, dall'ultima volta? Riguardava il lavoro, se non sbaglio. Un suo progetto andato distrutto per l'incuria del team che ha riacquisito di recente.

Declan non disse niente. Ci fu uno spasmo impercettibile sulle sue labbra e un busco cambio di direzione del suo sguardo, che si fece più acceso, più aggressivo.

- Vuole parlarne?
- No.
- D'accordo. Ha mai frequentato qualcuno per scopi puramente ricreativi?
- Sì, molte persone.
- E il suo rapporto con loro era interessato?
- La sua prima domanda contiene già la risposta, non trova?
- E quindi ogni suo rapporto con anima viva, lei ritiene, è stato interessato.
- Sì.


Rispose subito, senza aver bisogno di pensarci.

- E' la prima volta che affrontiamo questo argomento. E' successo qualcosa di particolare che l'ha portata a pensarci?
- Sì. Un uomo che mi corteggia in modo blando mi ha invitato di recente a prendere qualcosa da bere. Un militare. Mentre cenavamo, ha cercato conferma di alcune informazioni che non so bene dove abbia potuto prendere. Riguardanti il giro di affati della Blue Sun Capital City.
- L'ha infastidita?
- No, direi di no, anzi. Mi ha permesso di inquadrarlo meglio.
- E' un uomo che le interessa?
- Non particolarmente. E' un soldato ligio al dovere, piuttosto ordinario.
- Quindi cos'è che lei vuole da lui?
- Qualcosa di simile a ciò che lui vuole da me. Un contatto.
- Solo perché la maggior parte delle persone che conosce è interessata, non vuol dire che tutte le persone che incontrerà in futuro lo saranno.

Lei sorrise di nuovo e portò gli occhi su di lui, pieni di un sarcasmo caustico.

- Tutti vogliono qualcosa da me.
- Forse in questo caso è lei a peccare in arroganza.
- Perché? Vengo qui una volta alla settimana. Delle persone di cui le ho parlato, sa indicarmene una non perfettamente inseribile in questo schema?
- I suoi due cani.
 
Il terapeuta sorrise piano, con scherzoso buonismo.

- Niente che non possa sostituire con qualche miglioria al sistema di sicurezza della mia abitazione.
- Sono sicuro che i suoi cani significhino per lei qualcosa di più.

Lei rispose al sorriso freddamente, continuando poi a parlare con pacatezza fino alla fine della seduta.



* * *


Tre ore dopo, tornata ormai a casa da diverso tempo, Declan Khan buttava la spazzatura lungo il condotto di smaltimento rifiuti che andava dal suo piano - occupato esclusivamente da casa sua - al box di tritatura e smaltimento rifiuti che serviva l'intero grattacielo. Oltre al suo sacchetto settimanale di secco, quella sera spinse con una certa fatica giù dal condotto anche due sacchi biodegradabili più grandi e più pesanti, che a malapena era riuscita a sollevare. Sentì il rumore di risucchio del condotto. Poco prima, aveva scelto tra le varie opzioni offerte dal pad selettivo "rifiuti organici".
- Devo trovare un nuovo terapeuta - considerò asciuttamente. Quindi tornò in casa per farsi una doccia.