10/01/13

don't you feel anything? anything at all?



"Sembra turbata"

Declan non rispose. Era in silenzio da diversi minuti, ormai, occupata a guardare il cactus artificiale sul davanzale della finestra di un ampio studio arredato con colori caldi, accoglienti. Il suo terapeuta ticchettò  impercettibilmente i polpastrelli sul bracciolo della poltrona.

"E' pelle sintetica"

Il terapeuta sollevò le sopracciglia. Ci mise un po' a capire che si riferiva alla poltrona.

"Immagino di sì..."
"In verità ogni cosa è sintetica, nei mondi non rurali. Se non sintetica, artificiale. Quello... - puntò con delicatezza un indice sottile verso il cactus - è un essere vivente. Ha bisogno di acqua, anche se raramente, e luce solare, altrimenti morirebbe. Allo stesso tempo è artificiale, perché non è nato naturalmente. La loro versione originale nelle sue condizioni naturali fiorisce, lascia i semi... si riproduce così. Questi non sono in grado di riprodursi, né di fiorire. Sono viventi, ma vengono creati in provetta e cresciuti in serre dove anche i terreni sono sintetizzati chimicamente. I concimi, poi, chiaramente."
"Cosa intende dire?"

Declan scosse leggermente il capo. Rimase a guardare il cactus per un po', poi distolse lo sguardo.

"Viviamo in un mondo artificiale, tutti noi. Non c'è niente che sia nato in natura. Non un albero dell'Unification Park, non una pianta delle terrazze verdi né un animale dei suoi parchi biologici. Siamo noi a crearli, noi abbiamo creato la scienza che ci permette di popolare i nostri giardini con insetti, microbi, funghi quasi reali, quasi funzionanti come gli originali. Potrei uscire da qui, camminare per ore da un capo all'altro della città e non trovare una singola cosa che sia nata in natura. Abbiamo fatto tutto noi, ma per qualche motivo oggi preferiamo il cibo naturale, la carne strappata dalle ossa di un agnello cresciuto interamente in un utero naturale e venuto al mondo tramite parto tradizionale. Cosa c'è di tanto meraviglioso? Cosa c'è di tanto apprezzabile nell'essere in balìa delle carestie e degli umori della natura? O nell'essere in balìa di tempeste emotive che annullano ogni forma di razionalità?"
"Spesso non è una scelta, miss Khan. Dominare le emozioni è qualcosa che poche persone sono in grado di fare: sono qualcosa di dirompente, totalizzante. Lei... può immaginarlo?"

Declan rise piano, amareggiata, e scosse appena il capo.

"Posso fumare?"
"Sì, certo. Attivi il depuratore, però"

Attivò il depuratore e poi si accese la sigaretta.

"Mio padre ha deciso di diseredarmi"
"..."
"E' una notizia recente. La mia parte andrà al figlio del fratello defunto di mio padre. Un giovane idealista sagace e impaziente, che vive nei sobborghi di Capital City in un monolocale che puzza di sigarette economiche"
"Perché pensa che abbia preso questa decisione? Da ciò che mi aveva detto, la situazione tra voi due non appariva così... drastica"
"A quanto pare lo è a sufficienza da farmi disconoscere come figlia"
"Non penso sia quello che stia facendo. Ha considerato che suo cugino potrebbe aver bisogno dell'eredità più di lei? Forse suo padre ha considerato che lei non avrà bisogno, in futuro, di quei soldi"
"Non sono solo soldi. Si tratta delle case, del patrimonio. Conosco ciò che mi spetta... che mi spetterebbe. Abbiamo dodicimila libri digitali, settecentottantasei volumi cartacei di valore inestimabile. Un orologio da polso risalente alla prima colonizzazione, passato da padre in figlio per cinque secoli. Sono la prima primogenita Khan che non lo avrà. E' una scelta molto personale... è ovvio. Non mi considera più parte della famiglia"

Continuò a fumare. In maniera del tutto inspiegabile, le fece male la testa. L'ultima volta che si era ammalata era stato sei anni prima.

"Immagino lei abbia un'idea di ciò che suo padre disapprova di lei..."
"Mio padre disapprova me. In un certo senso, è quasi liberatorio vedere come l'abbia riconosciuto a scanso di ogni possibile equivoco. Non approva il lavoro che ho scelto. Non capisce il mio modo di vedere le cose, né come..."
"Vada avanti"
"Ho un'ottima memoria"

"Lo so"
"Provarono a farmi diagnosticare l'Asperger, quando avevo sei anni. Quando l'esito fu negativo sembrò quasi insoddisfatto. Come se non riuscisse a capacitarsi di come potessi stare bene, eppure essere così. Allora avevo bisogno di precisione, di ordine. Uscire anche il minimo dalla routine mi faceva avere attacchi di rabbia. Una volta tirai una mazza da polo contro una finestra, in villeggiatura a Corona. Quando nacque Nadja, non mi lasciavano mai sola con lei. Mi hanno fatto credere per tutta una vita che avessi un difetto di fabbrica. Sono dovuta crescere per capire che potevo sfruttarlo, che era ciò che mi avrebbe concesso di arrivare più in alto degli altri. Che non avevo necessità di sentirmi mortificata, solo perché ero diversa"
"Capita che ci diciamo di essere diversi per giustificare una serie di comportamenti non funzionali mentre..."
"No, lei..."
"... mentre invece è solo un modo per negare che richiedono la nostra pazienza e il nostro lavoro per essere modificati"

Declan scosse il capo con più vigore, sfiorandosi la fronte con due dita e ridendo piano.

"No, lei non capisce: sono diversa. Il mio cervello funziona diversamente. Le connessioni tra l'amigdala e la corteccia prefrontale ventromediale sono in quantità minore rispetto allo standard. Sono differenze strutturali e funzionali. Faccio uno scan totale ogni anno da quando ho scoperto che fosse possibile. Non sono malata. Non ho niente di disfunzionale. Sono strutturalmente migliore."
"Lei... ritiene di non avere niente che non va, miss Khan?"
"Esattamente"
"Dice di non ritenersi malata, ma di ritenersi perfettamente funzionale. Sana."
"Sì"
"Mi permetta una domanda"
"Chieda pure"
"Lei segue la terapia ormai da circa... venti anni"
"E' corretto"
"... 
Perchè?"

07/01/13

Jamie (2)


Al sesto piano di un grigio palazzo dei sobborghi più periferici di Capital City, Dylan Jamison Khan dormiva in un letto a muro con un piede sfondato, infilato tra delle lenzuola che non lavava da un mese abbondante e calato in un sonno profondo. L'ostinato trillare del campanello lo trovò vestito sotto le coperte, seppur senza cintura e con la camicia tutta sgualcita. Raggiunse la porta imprecando a mezza voce contro chiunque lo stesse disturbando alle undici di domenica mattina ma, quando occhieggiò dallo spioncino, rimase onestamente perplesso. 

Dall'altra parte c'era Declan Khan. Lei stessa aveva dovuto scavalcare un paio di ostacoli lungo il cammino - nella fattispecie due bambini lerci che giocavano nel bel mezzo del corridoio come cani sciolti -, e ora era ritta davanti alla porta nel suo bel cappotto grigio antracite e con le mani giunte davanti al ventre, in stoica e paziente attesa. Quando Dylan aprì la porta, sbattendo le palpebre un po' incredulo, lei gli sorrise.

Dylan aveva trent'anni, ma a parte un filo di barba sfatta era identico a dieci anni prima, più o meno l'ultima volta in cui lui e sua cugina si erano visti. I capelli di un nero lucido erano della madre, mentre gli occhi azzurri e la linea del viso che si stringeva all'altezza del mento testimoniavano i caratteri genetici dominanti dei Khan.  

"Posso entrare?"

Il ragazzo fece un passo di lato e allargò platealmente un braccio, invitandola ad accomodarsi. Non era tipo da imbarazzarsi per il proprio disordine, ma con il tallone spinse sotto divano un paio di mutande randagio. 

"Ti sei trovato un posto... caratteristico"

Chiaramente era un eufemismo. Innanzi tutto, era un monolocale. In secondo luogo, era tutt'altro che luminoso, e aveva un fastidioso odore di chiuso. Infine, il quartiere era noto per essere quello a più alto tasso di criminalità di tutta la città. Si sarebbe detto che il co-autore di uno dei programmi di informazione più celebri nella regione avrebbe dovuto riuscire a concedersi un posto quantomeno decente, ma lui voleva essere così: tutti quelli che l'avevano conosciuto un po' lo sapevano. In fondo, anche Declan.

"Posso offrirti qualcosa? - chiese lui guardandola con un disagio piuttosto vago. Ricevette un sorriso che sottintendeva come non avrebbe mai accettato niente che si fosse trovato in quella casa. Si passò una mano sulla faccia e tirò su col naso, ancora onestamente assonnato - non ci vediamo da un po', no?"

"Ultimamente recuperare rapporti familiari con persone in grado di notare l'ovvio sembra il leitmotif della mia esistenza" commentò lei con una delicatezza poco interessata. Analizzò il monolocale con attenzione, quindi selezionò una sedia accettabile e vi si accomodò a gambe incrociate, rilassando i muscoli. Diede a Dylan la possibilità di studiarla per un po'. Era una donna diversa da quella che ricordava, almeno in superficie: così come in gioventù appariva sempre fuori posto, adesso il giovane Khan notava una serie di movimenti e rituali atti a mettersi prepotentemente a proprio agio anche in un ambiente che doveva sembrarle così terribilmente ostile. La capacità di osservare... forse anche quella era un tratto genetico. Nonostante ciò, continuava a navigare perduto tra sonno e ignoranza: che ci faceva a casa sua?

"Allora. Come te la passi, Jamie?"

"Mh... - sorrise in maniera sfuggente, arricciando perlopiù le labbra di lato. Non era molto alto, e nessuno l'avrebbe definito propriamente bello: sembrava quasi che la pelle gli si tendesse su ossa troppo grandi, adatte a sostenere un peso ben maggiore dei suoi settantatré chili scarsi. Nonostante ciò, aveva qualcosa. Si avvicinò a un quadrato di scrivania addossata contro un muro coperto di ritagli di articoli e foto, collegati tra loro con fili sottili, di colori diversi. Cercò tra le carte. - gli unici che mi chiamano ancora Jamie siete tuo padre e... voi, della famiglia. Della famiglia di papà - trasse una sigaretta sgualcita e se la infilò tra le labbra, ciancicando una risposta mentre l'accendeva - sto bene, grazie. Lo dico ad un sacco di gente, ultimamente"

"Sì, ho saputo di Darcey. Le mie condoglianze. Te le avrei fatte prima, se ne fossi stata a conoscenza"

"Ne sono sicuro. Alban mi ha detto della vostra lite"

Diretto come un treno, tanto da farle sollevare le sopracciglia in un moto di sorpresa molto lieve, che a lui non sfuggì. Uscire dagli schemi era la sua attività preferita fin da bambino. Ne traeva una gioia pulita e infantile, ed era la qualità che lo rendeva un ottimo giornalista così come un pessimo sottoposto: l'unica cosa certa era che Dylan Khan non avrebbe mai fatto ciò che da lui ci si aspettava. Giocare d'anticipo con lui era impossibile, vedere oltre le sue azioni anche. Dietro il viso chiaro da adolescente si celava l'imperscrutabilità scritta nei suoi geni, combattuta ogni giorno da qualcos'altro, qualcosa di arrogantemente affascinante. Declan lo osservò espirare il fumo e guardarla in attesa impaziente, chiedendosi che cosa fosse.

"Cosa ci fai qui, Lane?"

Declan sorrise. Composta, già a proprio agio, guardava il suo interlocutore con un'aggressività feroce ed elegante. "Tu e Nadja siete gli unici a chiamarmi Lane. - l'eco di lui poco prima - la domanda esatta sarebbe cosa ci fai tu, Jamie. Sparisci per anni mandando solo holo-auguri per l'Exodus Day, ma torni non appena vengo - assottigliò lo sguardo - scortesemente invitata a non presentarmi più nella dimora paterna. Stai circuendo mio padre?"

Ne studiò attentamente l'espressione del viso: lo sconcerto sembrava genuino. Come una tigre appostata dietro i cespugli, Declan sembrava pronta ad afferrargli la giugulare tra i denti. Voleva dare l'impressione di essere a caccia. Dylan colse come, invece, stava proteggendo il territorio che considerava suo.

"Circuendo tuo padre...?" scandì cautamente.

"Non fingere con me, Jamie"

"Non so di cosa tu stia parlando"

Scrollò mezza sigaretta nel posacenere, più o meno: non lo guardò e lo mancò di buone due dita senza nemmeno rendersene conto. Il monolocale era così angusto che il fumo l'aveva già riempito. Lei non ne apparve infastidita.

"Non sai niente del testamento" si assicurò lei, scettica.

"Quale testamento, Lane?"

Notò in lui qualcosa di particolare, una vibrazione sotto i muscoli delle spalle infastidita. Ripercorse a mente le proprie parole con la precisione di una registrazione. Era una reazione alla parola testamento. Valutò le variabili, valutò l'inclinazione delle sue labbra e quanto le palpebre si fossero assottigliate. Aveva avuto un moto di stizza. E ad un certo punto le fu chiaro in cosa risedesse il fascino di Dylan: era un idealista. Accennare a qualcosa di tanto venale come un testamento lo aveva irrigidito come se fosse alle sue orecchie qualcosa di repulsivo. Quella sfacciataggine adolescenziale che si portava addosso era quella di qualcuno convinto che nell'universo esistano ancora valori assoluti, un bene supremo da servire, un destino personale da compiere.

Mentre ancora lui la osservava, Declan si alzò in piedi con grazia e si sistemò il cappotto. Senza aggiungere altro uscì dalla porta di casa sul corridoio, superò i due bambini lerci ancora occupati ad intrattenersi con giocattoli rotti, e tornò senza fretta in strada, dove il suo autista la aspettava.


06/01/13

Jamie



Oppilana Nerhu era una donna sui trentacinque anni ancora attraente, con fianchi e seni ampi che stringeva in abiti aderenti di tessuti spessi. Si era laureata senza lode in giurisprudenza, e si diceva che a breve sarebbe diventata socia di un piccolo studio legale per cui lavorava ormai da anni, specializzato perlopiù in divorzi milionari e cause sull'eredità. Aveva chiamato Declan più volte prima di riuscire a strapparle un appuntamento, e adesso la guardava con un sorriso tenue affacciato da dietro il menu rilegato che fingeva di sfogliare. 

"Mi spiace di non poterti dedicare più tempo, purtroppo ho solo quaranta minuti prima di un appuntamento di lavoro - a Declan piaceva chiarire le cose subito. Per qualche motivo in famiglia si credeva che lei e Oppilana avessero un rapporto speciale, ma non era così. Si limitavano ad aggiornarsi alle cene di famiglia sui movimenti dell'alta società del Core: una serie di informazioni che le erano estremamente utili per pianificare i rapporti con quella stessa alta società di cui il suo prestigio non poteva fare a meno - la tua chiamata mi ha sorpreso: non ci vediamo da molto"

"Ed era ora di vederci, non trovi? - Oppilana poggiò il menu sul tavolo, evidentemente poco interessata. Aveva larghi occhi neri e capelli color cioccolato sciolti sulle spalle in maniera un po' disordinata, ma sensualmente affascinante - ho visto tuo padre di recente, e mi ha detto che non ti sente da un po'."

"E così - rispose Declan senza problemi, ignorando la cameriera che attendeva disperatamente un suo cenno per avvicinarsi - il lavoro mi tiene molto impegnata, e un viaggio a Gandhi è qualcosa che non posso permettermi: ho tempi piuttosto stretti, scadenze serrate..." lasciò sfumare la frase in altre scuse poco fantasiose, pronunciate con nessuna convinzione.

"Anche Nadja è scomparsa da un po', da qualche mese. O meglio, non torna a casa, mentre non si fa sentire da un paio di settimane. Per caso l'hai sentita?"

Declan sollevò appena le sopracciglia, sospirò e scosse lievemente il capo: "non ne so niente - rispose, incapace di nascondere una certa impazienza - mi hai contattato per chiedermi di Nadja?"

Oppilana pose fine alle sofferenze della cameriera, richiamandola a sé con un gesto. Ordinò semplicemente un tè, e Declan fece lo stesso. 

"Tuo padre mi ha chiesto di non dirtelo, Declan, ma credo che dovresti saperlo. - era evidentemente riluttante - ti ricordi di Dylan?"

Ovviamente si ricordava. Non lo vedeva da anni, ma l'immagine di un ragazzo dal fisico sottile e nervoso le tornò alla mente chiara anche nei più minimi dettagli. Dylan Jamison Khan era suo cugino di primo grado, per l'esattezza il figlio del fratello di suo padre: Jamison Khan Senior. Jamison era morto quando il suo unico figlio aveva solo sette anni e, da quel momento per diversi anni a venire, Dylan (o Jamie come veniva più comunemente chiamato in famiglia in memoria di suo padre) iniziò a passare i lunghi mesi delle vacanze estive nella casa di Corona dei Khan, insieme a lei e a sua sorella. Era di quattro anni più piccolo di lei e aveva legato perlopiù con Nadja, ma si sarebbe potuto dire che erano cresciuti insieme. Poi era andato a studiare letteratura moderna e si era ritrovato a fare il giornalista, e da quel momento le sue visite si erano fatte più rade, seppur continuasse a mantenere un fitto rapporto epistolare con Alban, che parlava di lui sempre con un certo orgoglio, come se fosse figlio suo - in un certo senso a ben vedere lo era -.

"Ovviamente. Cosa sta facendo adesso?"



"Pare che adesso scriva quel programma di informazione di Cortex Channel Five... First Hour. - rispose Oppilana piano - e ha ripreso a farsi vedere alle cene di famiglia, anche. Da quando sua madre è morta..."


"Darcey è morta?"

Ne rimase abbastanza sorpresa. Vide sua cugina annuire in maniera ostentatamente contrita, come chi non ha sentimenti autentici. Declan considerò che non sapeva fingere bene, e piuttosto che lanciarsi in un'esibizione di quel calibro si limitò a prenderne atto con un gesto lieve del capo, mostrando il grado di interesse assai basso che quella notizia le suscitava dopo il primo impatto. Ricordò di Darcey il cognome - Owle -, i capelli di un nero brillante e i modi sfuggenti, come se fosse perennemente intimidita dalla compagnia della famiglia del defunto marito.

"Porta pure a Dylan le mie condoglianze" disse Declan in tono conclusivo, credendo la questione finita.

"Non è di questo che volevo parlarti - la ripigliò al volo Oppilana - ma di ciò di cui ho parlato con tuo padre. In verità, è stato lui a chiamarmi, per un consulto professionale"

Declan aggrottò le sopracciglia, ma non la interruppe.

"Tuo padre sta avviando le pratiche per estrometterti dal suo testamento, Declan, nominando lui come suo erede sostitutivo. Da me voleva sapere quali escamotage legali avresti potuto eventualmente trovare dopo la sua morte, in modo da renderle impossibili... un paio di settimane fa ha visto uno psichiatra per farsi rilasciare un documento ufficiale che lo dichiari capace di intendere e di volere"

Declan aprì bene gli occhi, perplessa e stupita. Serrò le labbra e respirò a fondo. Sul tavolo arrivarono i due tè, ma neanche il servizio invadente della cameriera poté distrarla dalla notizia.

"Nadja...?" chiese un attimo dopo, con una certa urgenza.


"Resta come prima, per lei: erediterà metà"

Sembrava sconvolta, per quanto sconvolta riuscisse a sembrare. Rilassò il busto sullo schienale della sedia e iniziò a ticchettare lentamente con le dita sul tavolo. Guardò fuori l'ampia vetrata che dava su Capital City, evidentemente sovrappensiero.

"Dove vive, adesso?"

"Dylan?"

"Sì"


Oppilana sospirò appena. Andò a cercare nella borsa e tirò fuori un biglietto di carta - le piacevano particolarmente gli strumenti analogici e desueti da quando, a vent'anni, aveva fatto una splendida vacanza a Greenfield -. Porse il biglietto a Declan, che lo prese. Era l'indirizzo di un sobborgo di Capital City. Declan ringraziò e pagò il conto. Tornò alla macchina contando a mente a quanto corrispondesse il valore di Dylan Jamison Khan agli occhi di suo padre.

the train job



Due donne eleganti, vestite di nero, siedono al tavolo di un locale interrato dall'aria fumosa, satura di musica. Hanno occhi azzurri, polsi sottili e bicchieri di whisky con ghiaccio. Una ha i capelli rossi, l'altra è bionda.


Un vagone sfreccia sui binari. Sulle rotaie vi sono cinque persone immobilizzate, che non possono scappare. C'è uno scambio che può azionare, e che devierà il vagone su un'altra rotaia. Ad un prezzo, però: sull'altra rotaia si trova una persona sola, ugualmente immobilizzata, ugualmente impossibilitata a scappare. Non ha modo di fermare il treno, non ha modo di salvare tutti, non ha modo di intervenire se non spostando quella leva. La azionerebbe? 
E' un gioco che serve a etichettarti come maniaco assassino se rispondi no e come sempliciotto se rispondi di sì.  
Non proprio: è uno studio condotto a campione. Circa il novantadue virgola sei percento delle persone sottoposte al test risponde che azionerebbe la leva. Il processo interessante avviene nel secondo step del test, quando viene posto un dilemma simile, ma in forma diversa. C'è sempre il vagone, ci sono ancora le cinque persone bloccate. Questa volta lei si trova su un ponte sopra la rotaia, insieme ad una persona. Può decidere spingere di sotto quella persona, che col suo corpo frenerebbe l'avanzare del treno, ma morirebbe. Oppure può non fare niente, e lasciare le cinque persone morire. 
Il novantatré percento. Immagino che per il novantatré percento delle persone attribuisca un peso maggiore alla morte del singolo se si tratta di causarla direttamente.  
Non il novantatré percento, ma la spiccata maggioranza, sì. E' interessante, non trova? La prova che l'empatia non è uniforme come tendiamo a considerarla, ma è anzi quantomeno variabile. Se non propriamente schizofrenica. 
Niente di nuovo. E' facile uccidere centinaia di migliaia di persone restando oltre un vetro in una sala comandi. Ucciderne una sola sentendo il suo respiro fermarsi... è tutta un'altra cosa. Rende le dimensioni della faccenda. Siamo ridicoli. Noi umani. 
 Lei cosa farebbe?  
E' rilevante? Si tratterebbe comunque di sacrificare qualcuno. Non c'è differenza. Lei?  
Quindi lei non pensa che la vita di cinque persone valga più di quella di una sola? 
Cinque persone sono una, e una, e una, e una e ancora una.  Parliamo di quantità, di qualità? Come si fa a decidere chi merita di vivere e chi merita di morire? 
Allora lei non farebbe nulla, in nessuno dei due casi.  
Non l'ho mai detto. 
Immagino dipenda dallo schema di valori a cui si vuole far riferimento. Qualcuno comparerebbe l'età, altri la funzione nel gruppo familiare, altri ancora nel gruppo sociale più ampio. 
Roba da perderci la testa.  
Dice? Alla fine si riduce tutto ad un semplice calcolo. Anche nella matematica bisogna decidere a che modello fare riferimento, del resto. 
Si riduce tutto a cercare di agire per il meglio. E il meglio può richiedere di scegliere, adottare e cambiare modelli in base alle circostanze. Chi lo sa. Mi augurerei di non trovarmi mai in una situazione del genere.  
E il meglio non è un modello anch'esso? Quanto varia da persona a persona? Si tratta comunque di fare una decisione basandosi su un dogma. O no? 
Oh. Immagino molto. Per un alleato il meglio è bombardare Shadetrack per portare la civiltà. Per un terrorista il meglio è massacrare corer a St Andrews. Credo sia tutto relativo. Dipende dalla sensibilità, dal substrato culturale, dall'elasticità mentale, dal vissuto. Io probabilmente farei qualche rapido calcolo prima di decidere se azionare la leva o meno. Deciderei che cosa è meglio sulla base di valutazioni matematiche. Un'altra persona potrebbe basarsi sulla propria sensibilità, sul... concetto di empatia di cui parlava prima. Azionare la leva. Ma se poi per le condizioni contingenti il convoglio si ribalta, finisce sull'altro binario, uccide anche gli altri cinque?  
Ma la scelta è tra due opzioni nette, pulite. Cercare imprevisti è una forma di indecisione.  
La realtà non è mai netta, pulita. La vita reale è piena di variabili impreviste.  
Eppure la vita reale ha un netto vantaggio sulla matematica, non trova? Le variabili della nostra esistenza sono sempre e solo quelle che noi accettiamo in essa. 
Non mi ha ancora detto che cosa farebbe lei.  
 Io deciderei chi merita di vivere. 
Chi, nella fattispecie?  
Il più utile. 

13/12/12

would you please



"Le auguro buonanotte, mister Rothman"
"Aspetti un secondo..."

Declan lasciò la mano sospesa sull'apertura dello sportello posteriore della macchina.

"Mi scusi?" chiese aggrottando le sopracciglia. Era notte da un pezzo, e sentiva la necessità di una doccia calda e un bicchiere di vino. Cercò di seguire lo sguardo dell'autista verso l'ingresso del grattacielo che la ospitava.

"Rimanga in macchina chiudendo le portiere, controllo" suggerì lui, e scivolò fuori dall'abitacolo. Lei azionò tutte le serrature, non riuscendo ancora bene ad individuare ciò che lui avesse visto. Seguì con gli occhi chiari la sua figura. Lo vide avvicinarsi ad una persona. Era sul marciapiede, a pochi metri dall'entrata del palazzo. Seduta per terra, si abbracciava le ginocchia e pareva scossa da continui sussulti. Declan la osservò incuriosita finché non riconobbe, sotto la lana sintetica di un cappello grazioso, qualche ciocca di capelli rossi. Uscì dalla macchina di fretta, avvicinandosi ad entrambi.

"Miss Khan, dovrebbe risalire in..."
"Nadja" chiamò lei, la voce bassa e incalzante. Si guardò attorno con nervosismo malcelato, attendendo il flash di una macchina fotografica o il lampeggiare del led di una holocamera.
"La conosce?"
"Nadja, cosa diavolo ci fai qui?"

Sua sorella teneva il mento affondato nelle braccia e singhiozzava vigorosamente. Odorava di alcol scadente e sigarette. Non rispose. Declan rimase ad osservarla per un istante lunghissimo dall'alto verso il basso, tesa, immobile. David Rothman rimase tra loro due, con i palmi aperti e il giudizio in sospeso. Sentì la sua datrice di lavoro imprecare in cinese.

"Gaisi. La porti su"

Rothman abbassò lo sguardo sulla ragazza sconvolta. Allargò leggermente le braccia e si chinò su di lei, tentando di poggiarle delicatamente una mano sulla spalla. Quantomeno per farla abituare alla sua presenza. Declan diresse verso l'entrata del grattacielo a passo sostenuto. Lo scan retinico incontrò uno sguardo gelido, irato. Nonostante ciò, si ricompose in tempo per salutare gentilmente il portiere, con la naturalezza di chi non fosse seguita dal proprio autista con in braccio una ragazza evidentemente ubriaca. Furono i centoventi piani di ascensore più lunghi degli ultimi mesi.

* * *

Nadja Khan era una ragazza sottile e bella come solo le ragazze ricche riescono ad essere. Quando si svegliò nella spoglia stanza degli ospiti dell'interno 120 A di Chaoyiang Street numero trentanove, sentì le tempie premute dalla morsa di un mal di testa poco promettente. Aveva addosso ancora le scarpe e i vestiti del giorno prima, e nella notte rigirandosi si era avvolta sommariamente nella coperta del letto a due piazze sul quale la avevano depositata. Ricordava un uomo, ma in maniera piuttosto confusa. Che quella fosse casa di sua sorella, però, era indubbio: poche persone potevano desiderare una casa priva di colori. Si alzò lentamente e, barcollando, seguì l'odore di caffè. Trovò sua sorella maggiore in un soggiorno ampio, con una splendida vista su Capital City. Seguiva le holonews proiettate al centro della stanza mentre, già vestita e pronta ad uscire, faceva una colazione a base di caffeina e barrette proteiche.

"Buongiorno..." tentò a mezza voce, la testa ancora pesante. Declan spense la proiezione e accavallò le gambe sulla sedia, poggiandosi le mani in grembo. Aveva uno sguardo gelido e analitico. Da sempre.
"Perché sei venuta qui, Nadja?"
Nadja non si era illusa neanche per un momento che le avrebbe risparmiato la vergogna, l'umiliazione. Si passo una mano tra gli spumosi capelli rossi, liberando un viso chiaro e degli occhi appannati. Si sedette di fronte alla sorella e poggiò le mani sul tavolo, unite. Se le osservò a lungo.
"So che è chiedere molto, non... non lo farei se non ne avessi bisogno. Non lo farei, ma... - deglutì - posso rimanere un po' qui?"
"No"
Gli occhi azzurri le divennero lucidi. Strinse le labbra e apparve per un attimo smarrita, come un cane abbandonato. Con la gola annodata si asciugò il viso, la voce le si fece più sottile.
"Lane, ti prego... non ho nessun posto dove andare"
"Pensavo stessi a Gandhi"
"Non posso tornare a casa..."
"Perché?"
"Non posso"
Declan aggrottò le sopracciglia.
"Alla tua età sarebbe forse il caso di rinunciare ad esprimersi per tautologie"
"Lane..."
"Ti ho detto di no". 
Nadja affondò il viso nelle mani, facendo poi scivolare le dita nei capelli. Sembrava esausta. Sconfitta. Rimase in quel modo per qualche secondo. Si riprese con uno scatto, in maniera improvvisa, la piega delle labbra orgogliosa e offesa. Non era la prima volta che supplicava sua sorella. Non era neanche la prima volta che sua sorella era rimasta sorda alle sue suppliche.
"Dove andrai?" le chiese Declan vedendola infilarsi il cappotto con una certa fretta.
"In un hotel, sotto un ponte. Non credo che ti importi" le rispose la minore, di fretta. Si controllò le tasche alla ricerca della carta. Ne sentì la consistenza, ma sapeva bene che il conto si stava lentamente svuotando, e che presto o tardi avrebbe dovuto inventarsi qualcosa. Qualcosa. Autonomamente esiliatasi dalla casa dei suoi genitori - senza che i suoi genitori lo sapessero -, reduce da un fallimento dopo l'altro, priva di qualsivoglia alibi per la ripida discesa che aveva imboccato la sua vita. Incapace, inetta. Se lo ripeteva allo specchio ogni mattina. Non era in grado di badare neanche a se stessa. In ventisei anni, sua sorella non aveva mai mancato di ricordarglielo ad ogni occasione.

"Nadja - Declan si voltò verso di lei quando ormai era sulla soglia dell'ingresso. - Cosa è successo?" chiese, negli occhi lo scintillio di una distaccata curiosità.
Lei si fermò. Respirò a fondo. Rispose: "sono incinta". Poi scivolò nell'ingresso di fretta, aprì la porta d'uscita. Indugiò qualche istante sull'uscio, sperando forse che sua sorella la seguisse. Declan non lo fece. Quando Nadja sentì nuovamente il rumore delle holonews, uscì e si richiuse la porta alle spalle.

10/12/12

black holes



This is a black hole. It consumes matter. Sucks it in and crushes it beyond existence. That's Evil at its most pure. Something that drags you in and crushes you and makes you... nothing. 
Questo è un buco nero. Consuma materia. La risucchia e la annienta oltre l'esistenza. E' il Male nella sua forma più pura. Qualcosa che ti attira al suo interno, ti annienta e ti riduce... al nulla.

You don’t interact with the things we know in the way that we expect. Your presence, your actions, can only be inferred by a certain…absence.
Is that a compliment?
Absolutely.
Non interagisci con le cose che conosciamo nel modo in cui ci aspettiamo. La tua presenza, le tue azioni, possono essere suggerite solo da una certa... assenza.
E' un complimento?
Assolutamente.











06/12/12

pendragon


2 Gennaio 2514.
Twin Towers, Capital City. Laboratori genetici.

"Complimenti per la sua nomina a vice CEO, miss Khan".

Declan Khan sorrise distrattamente al suo interlocutore in camice bianco, facendo scivolare il suo c-pad nel tiepido sonno dello stand-by. 

"Prego, di qua". Conrad Mayhem era un uomo che aveva sempre indossato occhiali spessi. Da giovane non piaceva alle ragazze e all'università non faceva parte di nessuna confraternita. Si era comunque riuscito a laureare con il massimo del tempo con una brillante tesi sulla ricombinazione genetica creativa. Aveva visto il vario susseguirsi di leader a capo di Blue Sun Capital City, ma Declan Khan era la prima a mostrare un interesse così diretto per il suo lavoro.

"E' fortunata, ci viene a trovare esattamente in occasione di una nascita" tartagliò preciso Mayhem, guardando la rossa indugiare sulle gabbie degli scimpanzé. Tomoto, intento a ricomporre un puzzle di plastica in dieci pezzi, si interruppe per guardarla. Lei sorrise.


"Lo so. Sono venuta appositamente, in effetti. - superò lentamente la gabbia, tornando con gli occhi sul genetista - per il Felis X039. Mi incuriosisce il processo dell'imprinting su creature create in provetta"
"E' un processo... interessante - Mayhem si fermò a guardarle i capelli per un attimo. Quando se ne rese conto si affrettò ad abbassare gli occhi sulla sottile cartellina elettronica che teneva tra le mani - abbiamo, ahm... abbiamo scoperto che l'imprinting degli esemplari sviluppatisi negli uteri sintetici è circa, ahm... circa dieci volte maggiore. Intendo, dieci volte maggiore di... di quello normale - scosse il capo - ... lo vedrà, comunque. I nostri scienziati sono... mh. Abituati"

"In verità, vorrei essere io il soggetto di questo particolare imprinting"

Mayhem sbatté le palpebre. La sua interlocutrice appariva fin troppo serena.


"Mi scusi?"
"Ho notato che uccidete gli animali al raggiungimento della maturità"
"S-sì... dopo un anno, circa, per i felides... li addormentiamo. Non sono più utili ai nostri studi"
"Benissimo. Tra un anno, vorrei che questo esemplare mi fosse recapitato"

"Reca... miss Khan, non credo... ahm, io..."
"E' questo?"

La donna si fermò davanti al quarto utero artificiale, avvicinando notevolmente il volto alla superficie di vetro sottile che lo conteneva. Era ancora privo di pelo, gli occhi chiusi e le orecchie già lunghe diverse centimetri.

"Sì..."

La vide sorridere di nuovo.

* * *

6 Dicembre 2514.
Chaoyiang Street numero 39. Capital City.

"E' una fottuta bestia, un animale pe-ri-co-lo-so - Jen Dawson scandì il concetto in modo cristallino mentre effettuava la delicata manovra utile a depositare la gabbia sul tetto del grattacielo. Il bestione aveva fatto ballare il suo elicottero per tutto il tragitto  - non lo so che cazzo ha in mente la gente... per me la sbrana - argomentò mentre masticava vigorosamente una gomma alla nicotina - quanto ti ci giochi che la sbrana?" urlò alla cuffia.

"Piantala, Jen" la riprese Frank, dall'altro capo della comunicazione. Si conoscevano da anni, ormai: la compagnia per cui lavoravano si occupava di trasporti aerei atmosferici per la Blue Sun dalla fine della guerra. Si andò a piazzare sotto l'elicottero, iniziando a sganciare tutte le sicure che tenevano il box rinforzato. Al suo interno la bestia si agitava. Era agitato anche lui. Agitato a sufficienza da sobbalzare quando si ritrovò alla sua destra miss Declan Khan, intenta serenamente ad aprire la serratura elettronica dello sportello frontale.

"Ooooh, che fa? - chiese lui, saltando una manciata di passi indietro - non... cazzo, cioè, scusi, non può farlo quando..." quando? Alzò la testa al cielo, considerando di attaccarsi lui stesso ai ganci e farsi portare via di là da Jen, in volo.

Declan Khan aprì lentamente lo sportello, rimanendo chinata sulle caviglie di fronte ad esso. Il ringhio basso e aggressivo del felino si fece gradualmente meno intenso, fino a sparire del tutto. Allungò una mano in modo che potesse prendersi il tempo necessario per annusarla. Riconoscerla.

"Huanyìng hai nèiwài, Pendragon"

L'animale scivolò lentamente fuori dal box, avvicinando il muso alla sua mano.

Frank rimase a guardare la scena, esterrefatto.

Declan Khan rise piano.